Oltre il rumore mediatico: cosa resta davvero?
Per mesi non abbiamo parlato d’altro. I social sono stati inondati da post, scuse pubbliche in abiti dimessi e analisi sociologiche sulla caduta degli dei digitali.
Ma oggi, a bocce ferme, cosa rimane del “Pandoro-gate” sul tavolo di un giurista? Se togliamo il velo del moralismo e delle sanzioni milionarie dell’Antitrust – che, per inciso, pesano sulle casse delle aziende ma non sempre spostano gli equilibri del diritto – quello che resta è un paradosso processuale che dovrebbe far riflettere ogni cittadino.
Il punto non è se Chiara Ferragni abbia sbagliato o meno nella sua strategia di comunicazione; il punto è come sia stato possibile che una condotta definita “ingannevole” da un’Autorità Garante si sia risolta, sul piano penale, in un nulla di fatto o quasi.
E la risposta, cari colleghi e lettori, non va cercata nel merito dei fatti, ma in un minuscolo, quasi invisibile, dettaglio procedurale: la mancanza della querela.
La trappola della Riforma Cartabia: l’immunità per chi colpisce “piano”
Parliamoci chiaro: la giustizia italiana, con la recente Riforma Cartabia, ha fatto una scelta di campo ben precisa. Per snellire i tribunali, ha deciso che reati come la truffa non debbano più essere perseguiti d’ufficio dallo Stato, a meno che non ci siano aggravanti specifiche.
Serve la querela di parte. Ovvero: se sei stato raggirato, devi essere tu ad andare dai Carabinieri e dire “voglio che questa persona sia punita”.
Ed è qui che casca l’asino. Nel caso del pandoro Balocco griffato, il danno economico per il singolo consumatore era di pochi euro, la differenza tra un dolce normale e uno “speciale”.
Chi di noi, per 5 o 10 euro, si prende una mattinata di permesso dal lavoro, va in caserma, compila verbali e si imbarca in una vicenda giudiziaria? Nessuno.
Ma se moltiplichi quei 5 euro per centinaia di migliaia di acquirenti, ottieni un profitto illecito enorme.
Abbiamo creato un sistema in cui, se rubi un milione a una persona sola, finisci in cella; se rubi un euro a un milione di persone, rischi di farla franca perché nessuno ti querelerà mai.
Il silenzio dei consumatori e il peso dell’inerzia
Il vero scudo legale di questa operazione non è stato un pool di avvocati strapagati, ma l’inerzia statistica dei consumatori. La normativa attuale sembra ignorare la psicologia delle masse.
Quando il danno è atomizzato, la vittima non si sente tale; si sente, al massimo, leggermente infastidita.
Questa “polverizzazione della lesione” diventa una zona franca per chiunque voglia manipolare il mercato attraverso il marketing emozionale.
È un’asimmetria che urla vendetta. Da una parte abbiamo macchine da guerra comunicative capaci di influenzare le scelte d’acquisto con un click; dall’altra un cittadino isolato che, per difendersi, deve usare strumenti ottocenteschi come la denuncia individuale.
È evidente che il rapporto di forza è sbilanciato. Il mancato esercizio dell’azione penale nel caso Ferragni è la prova provata che il nostro codice di procedura penale non è attrezzato per l’era digitale, dove il crimine non è più un evento isolato ma un algoritmo di massa.
Associazioni dei consumatori: il ponte che è mancato
Qui arriviamo al punto dolente: dove erano le associazioni dei consumatori? Intendiamoci, il loro lavoro davanti all’Antitrust è stato fondamentale.
Senza le loro segnalazioni, probabilmente non avremmo avuto nemmeno la sanzione amministrativa.
Ma sul piano penale, avrebbero potuto – e dovuto – fare di più.
Il ruolo delle associazioni dovrebbe essere quello di “catalizzatore della volontà”.
In un caso come questo, avrebbero potuto organizzare una raccolta massiva di querele, fornendo moduli precompilati e assistenza legale gratuita per depositare migliaia di atti in tutta Italia.
Se una Procura si fosse vista recapitare diecimila querele per lo stesso fatto, la musica sarebbe cambiata.
Il Pubblico Ministero non avrebbe avuto l’alibi della improcedibilità. Invece, abbiamo assistito a un attivismo comunicativo che non si è trasformato in pressione giudiziaria reale.
Le associazioni devono smettere di essere solo uffici stampa e tornare a essere il “braccio armato” della tutela collettiva, agendo dove il singolo, per ovvie ragioni di convenienza, non può arrivare.
Come difendersi dal “Charity Washing”: la lezione da imparare
Cosa ci ha insegnato questa vicenda? Che la fiducia non è più un assegno in bianco. Oggi, quando vediamo un post che mescola luccichii e beneficenza, dobbiamo attivare il nostro “radar legale”.
La tutela del consumatore oggi non passa solo dai tribunali, ma dalla prevenzione.
Prima di mettere mano al portafogli per una causa benefica mediata da un influencer, dovremmo chiederci: dove sono i dettagli? C’è un accordo scritto pubblico? La donazione è legata al numero di pezzi venduti o è un forfait già versato?
Se la risposta è vaga, il rischio di “charity washing” è altissimo.
Dobbiamo imparare a pretendere la trasparenza tecnica prima dell’acquisto. E se ci accorgiamo di essere stati presi in giro, non dobbiamo pensare “vabbè, sono solo pochi euro”.
Dobbiamo segnalare, scrivere alle associazioni, pretendere che loro agiscano.
La nostra pigrizia è il miglior alleato di chi ci vuole ingannare.
La Class Action: l’unica arma rimasta nel cassetto
Se il penale dorme, il civile dovrebbe correre. La Class Action è lo strumento che, sulla carta, dovrebbe terrorizzare le aziende.
Immaginate se Balocco e le società della Ferragni avessero dovuto restituire ogni singolo euro di sovrapprezzo a tutti gli acquirenti, con l’aggiunta dei danni morali.
Sarebbe stato un colpo molto più duro di una multa dell’AGCM che, alla fine, finisce nel calderone dello Stato senza ristorare nessuno.
In Italia, però, l’azione di classe è ancora un oggetto misterioso, percepito come lungo e complesso. Eppure, è proprio in casi come il Pandoro-gate che dimostrerebbe la sua efficacia.
Colpire il profitto, svuotare il sacco di chi ha incassato sull’onda di un errore indotto: questa è la vera giustizia riparativa per il mercato.
Se vogliamo che questi eventi non si ripetano, dobbiamo rendere l’inganno economicamente insostenibile.
Per una riforma della procedibilità: un appello necessario
Non possiamo chiudere questa analisi senza un appello al legislatore. La Riforma Cartabia ha dei meriti in termini di efficienza, ma ha creato un buco nero nei reati di massa.
È necessario che per le truffe commesse attraverso mezzi informatici o nell’ambito di comunicazioni commerciali rivolte al pubblico, la procedibilità torni a essere d’ufficio.
Non si può scaricare sulle spalle del singolo cittadino l’onere di perseguire un reato che offende l’intero sistema economico.
Quando la fede pubblica viene tradita su scala nazionale, è lo Stato che deve farsi avanti, senza aspettare la querela per il pandoro o per il post sponsorizzato. Fino a quel momento, saremo sempre in balia della capacità di chi è più forte di noi di nascondersi dietro la nostra rassegnazione.
Non chiamatelo solo “errore di comunicazione”
Definire quanto accaduto un semplice “errore di comunicazione” è un insulto all’intelligenza dei consumatori e al lavoro di chi, come me, si occupa di diritto ogni giorno. È stata una scelta strategica che ha sfruttato le falle di un sistema normativo non aggiornato.
Il caso Ferragni deve essere l’ultima “bolla” di questo tipo.
La tutela dei consumatori deve uscire dai salotti televisivi e tornare nelle aule di giustizia, armata di strumenti procedurali moderni.
Fino ad allora, l’unica vera difesa resta la nostra vigilanza: non fermiamoci alle apparenze, leggiamo le clausole piccole, e ricordiamoci che anche per un solo euro vale la pena di alzare la voce.
Perché è la somma di quei singoli euro che finanzia l’arroganza di chi pensa di essere al di sopra delle regole.
Rino Febonio
