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12/04/2024
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I Medici di famiglia sono troppo pochi, ne mancano oltre 8000. Pronto un decreto per la riorganizzazione del servizio.

Nell’Italia che i nostri genitori ci hanno tramandato, per tutte le famiglie, esisteva una figura professionale di riferimento: il medico condotto, colui che, soprattutto nelle province italiane, insieme al maestro di scuola, al postino e alla guardia comunale, rappresentavano le figure cardine delle nostre società. Il medico era disponibile a tutte le ore e frequentava, per la prima visita e per programmare la nostra cura, le nostre abitazioni, ogni volta che veniva interpellato. Oggi, purtroppo, la figura del medico condotto è una figura sempre più distaccata e lontana dal rapporto familiare che ormai si è perso nel tempo.

Ma se l’immagine romantica è un’immagine tramandata nei nostri racconti, la necessità di avere un punto di riferimento che si prenda cura della nostra salute è un principio cardine ed inderogabile che deve essere assicurato e garantito a tutti i cittadini, che senza alcuna distinzione, hanno il diritto di avere un medico di famiglia con cui stabilire uno stretto rapporto di fiducia.

Per questo, il disegno di legge presentato in Commissione Affari Sociali e Sanità al Senato, prevede, come ha evidenziato la vicepresidente della Commissione Sanità e prima firmataria del DDL,  Maria Cristina Cantù: “ la creazione di una Rete vicina al cittadino, dalla presa in carico fino alle cure specialistiche, in cui il medico di assistenza primaria può contare sul supporto degli specialisti per prevenire, assistere e rispondere ai bisogni che non richiedono ospedalizzazione, anche attraverso il rafforzamento delle attività di teleconsulto.

Più sburocratizzazione, attraverso l’obbligo di utilizzare il fascicolo sanitario elettronico, nuove regole di ingaggio e misure per l’incremento dei medici, un sistema di remunerazione che premia il merito, prevedendo anche un controllo delle attività e dell’appropriatezza del servizio. Su oltre 20 milioni annui di accessi al pronto soccorso,” conclude la Senatrice “il 90% non sfocia in un ricovero. Investire nella medicina territoriale significa intervenire su tale cronicità, sanabili attraverso un’attività di prevenzione”

Con questo decreto si intende istituire la Rete di medicina territoriale «Salute Globale» (One Health), composta dai medici del ruolo unico di assistenza primaria.

Come indica l’articolo 1 del decreto: “Ciascun medico del ruolo unico di assistenza primaria, in forma singola, associata o aggregata, è garante della continuità di cura dell’assistito secondo principi di prevenzione e di promozione della salute individuale e di cura appropriata.

La Rete è integrata con la partecipazione dei pediatri di libera scelta, degli specialisti ambulatoriali interni e delle farmacie convenzionate con il Servizio sanitario nazionale (SSN) nonché con il Dipartimento di prevenzione per gli interventi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, correlati ai cambiamenti climatici e all’inquinamento atmosferico, e con il Dipartimento di salute mentale per i programmi di screening nell’età evolutiva, inclusa la diagnosi precoce delle difficoltà cognitive del bambino e della depressione maggiore tra i ragazzi nella fascia di età compresa tra i 12 e i 18 anni, a sostegno delle famiglie e delle scuole, e le azioni specifiche e gli interventi di prossimità rispetto ai nuovi bisogni e le fragilità emergenti a supporto e tutela delle persone maggiormente a rischio. La Rete aggiorna i modelli e gli standard di assistenza distrettuale indicati dal regolamento di cui al decreto del Ministro della salute del 23 maggio 2022, n.77, secondo quanto previsto dalla presente legge.

La Rete è organizzata a livello distrettuale tramite forme organizzative mono-professionali, denominate «aggregazioni funzionali territoriali» (AFT), che condividono, in forma strutturata, obiettivi e percorsi assistenziali, strumenti di valutazione della qualità assistenziale, linee guida e procedure di verifica, nonché tramite le Case della Comunità, che erogano prestazioni assistenziali infradistrettuali tramite il coordinamento e l’integrazione dei professionisti delle cure primarie e del sociale a rilevanza sanitaria, quali medici del ruolo unico di assistenza primaria, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali, tenuto conto della peculiarità dei territori afferenti il distretto sanitario quali aree metropolitane, aree disagiate o a bassa densità di popolazione e isole minori. La Rete garantisce l’attività assistenziale per l’intero arco della giornata, per tutti i giorni della settimana e per tutti gli assistiti dei medici, singoli, associati o aggregati. A tal fine, l’apertura degli studi dei medici del ruolo unico di assistenza primaria e dei pediatri di libera scelta deve essere articolata in modo da garantire, all’interno della AFT di riferimento, l’attività assistenziale dalle ore 8 alle ore 20, dal lunedì al venerdì, per tutti gli assistiti dei medici e pediatri di libera scelta, singoli o associati. La disponibilità dalle ore 20 alle ore 24 è garantita dal medico del ruolo unico ad attività oraria e dal pediatra di libera scelta presso la Casa della Comunità, sede di riferimento dell’AFT, o presso altra sede messa a disposizione dell’azienda sanitaria. Il suddetto modello organizzativo, sulla base di puntuale monitoraggio di garanzia dei livelli essenziali di assistenza (LEA) della medicina generale e dell’effettività della continuità assistenziale per tutti i cittadini e da personale medico del distretto sanitario, rappresenta lo standard minimo di appropriatezza erogativa delle prestazioni assistenziali per quanto riguarda l’accessibilità e la continuità, sia nella prevenzione che nella cura. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, nell’ambito della programmazione regionale di un sistema strutturalmente integrato emergenza urgenza, continuità assistenziale e medicina territoriale, assicurano nelle Case della Comunità la continuità dell’assistenza dalle ore 24 alle ore 8, nel finesettimana e nei giorni festivi, anche in ulteriori sedi appositamente individuate”.

La risposta dei sindacati del settore è stata estremamente positiva essi hanno infatti sottolineato che il testo mette un punto fermo sulla libertà di scelta del cittadino, che ha il diritto di avere un medico di famiglia con cui stabilire uno stretto rapporto di fiducia, precisando all’art. 2 lett. b) che: “stabilire che la scelta del medico è liberamente effettuata dall’assistito, nel rispetto di un limite massimo di assistiti per medico, ha validità annuale ed è tacitamente rinnovata”; una sottolineatura voluta per giungere ad individuare in 1000 residenti il numero massimo di assistiti per ogni medico.

Un numero questo che rappresenta una necessità proprio per garantire la continuità assistenziale del paziente che ovviamente non può essere assicurata e garantita quando il medico di famiglia deve prendersi carico di un numero esorbitante e inadeguato di assistiti. Ad onore del vero, alcune regioni, proprio per sopperire alla carenza dei medici di base, hanno innalzato il massimo fino a 1800 assistiti, con la conseguenza che, il più delle volte, il rapporto tra paziente e medico curante, praticamente non esiste, se non previa richiesta online di ricette e farmaci.

In termini numerici, quindi, programmando una suddivisione di 1000 assistiti per medico, nel nostro Paese, composto da 60 milioni di abitanti, ci vorrebbero almeno 60.000 medici, in realtà, ce ne sono disponibili 52.000 quindi, mancano all’appello 8000 medici di famiglia. Inoltre, come se non bastasse, più della metà dei medici di famiglia ha oltre sessant’anni di età e, quindi, presto avrà i requisiti per andare in pensione. Per completezza di informazione ricordiamo anche che i medici non sono dipendenti delle Asl, ossia del servizio sanitario pubblico, ma sono liberi professionisti convenzionati con il servizio sanitario nazionale e percepiscono una quota pro capite per ogni assistito.

In quest’ottica, l’articolo 3 del decreto al punto 2 stabilisce che: “Al fine di sopperire alle esigenze straordinarie derivanti dalla carenza di medici formati in medicina generale, nelle more di una revisione complessiva del sistema di formazione specifica e di programmazione della distribuzione delle borse di studio possono partecipare all’assegnazione degli incarichi convenzionali per il ruolo unico del medico dell’assistenza primaria i laureati in medicina e chirurgia abilitati all’esercizio della professione, che abbiano svolto una o più delle seguenti attività nel periodo dal 1° marzo2020 al 1° marzo 2022, per un totale complessivo di almeno 3.200 ore:

  1. a) servizio presso le unità di continuità assistenziale (UCA), ai sensi del decreto del Ministro della salute 23 maggio 2022, n.77;
  2. b) servizio presso aziende sanitarie o da altri enti accreditati presso il SSN nei reparti di pronto soccorso o adibiti alla ricezione di pazienti affetti da SARS-CoV-2. La partecipazione all’assegnazione dei soggetti di cui all’alinea è in ogni caso aggiuntiva alle assegnazioni già previste alla data di entrata in vigore della presente legge. I medici ai quali viene conferito incarico di medico di medicina generale ai sensi del presente comma svolgono, nell’arco dei due anni successivi al conferimento dell’incarico, l’attività didattica prevista, pari a 1.600 ore. In caso di mancato svolgimento dell’attività didattica, l’incarico si intende revocato”.

Infine, sempre per lo stesso scopo, possono partecipare all’assegnazione degli incarichi convenzionali nel ruolo unico del medico dell’assistenza primaria anche i laureati in medicina e chirurgia abilitati all’esercizio della professione, che abbiano svolto le funzioni di medico di assistenza primaria per almeno 1.000 giorni.

Si riuscirà in questo modo ad avviare al problema? I dubbi sono molteplici, ad iniziare da chi sostiene che il numero dei giovani formati o avviati alla formazione in medicina generale, occupa soltanto il 50% dai posti che presto verranno lasciati liberi dai pensionamenti.

Sabrina Greci

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