Come il “diritto primario” dovrebbe governare i rapporti giuridici con la guida del buonsenso
Il tribunale è diventato, nell’immaginario comune, il luogo naturale della giustizia. È comprensibile: quando un diritto viene negato, la reazione istintiva è cercare un giudice.
Ma c’è un paradosso che, da anni, vedo ripetersi nei rapporti giuridici quotidiani: moltissime controversie non nascono perché manca una norma, bensì perché manca una scelta semplice e iniziale di responsabilità.
Prima della legge scritta, prima delle memorie e delle udienze, esiste un livello più elementare che chiamerei diritto primario: l’idea che, quando sbagli, rimetti a posto; quando danneggi, ripari; quando hai torto, lo riconosci con atti concreti, non con formule.
È un diritto che non vive nei codici, ma nel buonsenso. E proprio per questo, se lo perdiamo, finiamo per delegare ai tribunali perfino ciò che potrebbe essere risolto in una telefonata fatta bene o in un rimborso pagato senza umiliazioni.
Il diritto primario non è “buonismo” né moralismo. È un principio di ordine.
Nel nostro diritto positivo lo si intravede ovunque: nella correttezza, nella buona fede, nel dovere di lealtà contrattuale.
Ma prima ancora è una postura. Un modo di stare nei rapporti.
È qui che l’autoresponsabilità smette di essere una parola astratta e diventa lo zoccolo duro di una giustizia più equa: non perché elimina la tutela giudiziaria, ma perché la usa per ciò che serve davvero, senza trasformarla in un rifugio per rinviare, schermarsi, stancare l’altro.
Il gesto fattivo che cambia la traiettoria
C’è un punto che nella cultura del contenzioso viene spesso sottovalutato: il riconoscimento di responsabilità, quando è reale, non è una resa, è un investimento.
La ricerca empirica lo conferma da tempo, soprattutto su un aspetto che sembra “umano” e invece ha effetti giuridici misurabili: le scuse e gli atti riparativi aumentano la probabilità di accordo e riducono la spinta a proseguire lo scontro, ma solo quando sono percepiti come sinceri e accompagnati da conseguenze concrete.
È un passaggio decisivo, perché sposta l’asse dal “chi ha ragione” al “che cosa si fa adesso”.
E spesso è proprio questo che la persona offesa chiede: essere presa sul serio, non essere costretta a diventare una pratica.
La giustizia fuori dai tribunali, quando funziona, assomiglia a questo: un riconoscimento tempestivo, una correzione verificabile, una riparazione proporzionata. Non sostituisce il diritto, lo rende credibile.
Autoresponsabilità non significa rinunciare alla tutela
Qualcuno potrebbe obiettare: ma se lasciamo spazio al buonsenso, non rischiamo di indebolire i diritti? La risposta, per me, è l’opposto.
L’autoresponsabilità è il punto di partenza di una tutela più forte, perché impedisce due derive simmetriche: la rassegnazione del consumatore e l’arroccamento dell’impresa.
Quando il cittadino sa documentare, contestare, pretendere risposte, mette già in moto una forma di giustizia. Quando l’azienda sa riconoscere un errore e correggerlo subito, evita che una questione tecnica diventi una guerra di nervi.
E qui entra in gioco un principio che andrebbe detto senza ipocrisie: la tutela giudiziale è indispensabile, ma è anche un bene scarso.
È lenta, costosa, complessa. In Italia, nonostante miglioramenti recenti, la durata dei procedimenti civili e commerciali resta un problema strutturale: la Commissione europea, nel capitolo Italia del Rule of Law Report 2025, segnala che nel 2023 i tempi di definizione sono diminuiti rispetto al 2022 ma rimangono i più lunghi nell’Unione, con un ordine di grandezza di circa sei anni per arrivare a una definizione.
La convenienza del rinvio e il “brodo” allungato
Quando i tempi sono questi, si produce un incentivo potente e distorsivo: conviene rinviare. Non sempre per malafede, spesso per calcolo.
Se l’esito è incerto, se il costo reputazionale è gestibile, se il tempo gioca a favore, diventa “razionale” opporre resistenza in fase stragiudiziale e lasciare che la controversia scivoli nel pantano.
È una dinamica che si sente, nei reclami, in mille forme: risposte standard, richieste reiterate di documenti già inviati, rimbalzi tra uffici, silenzi strategici.
A volte non è neppure un piano consapevole; è un’organizzazione che non ha interesse a chiudere e che si adagia sull’inerzia del sistema.
Non sto dicendo che le imprese “sfruttino” i tribunali in senso scandalistico. Sto dicendo qualcosa di più sobrio e più grave: che un sistema lento crea comportamenti opportunistici anche senza bisogno di intenzioni criminali.
Se la giustizia arriva tardi, la giustizia diventa, per molti, una variabile di business.
Perché l’ADR non decolla davvero
In teoria, gli strumenti per evitare tutto questo esistono: mediazione, negoziazione assistita, conciliazioni settoriali, arbitrati, organismi di risoluzione alternativa.
In Europa, il quadro ADR per i consumatori è stato costruito per offrire canali rapidi e imparziali, ma da anni si registra un dato costante: l’ADR resta sotto-utilizzata e disomogenea, difficile da navigare e poco conosciuta, soprattutto dal lato delle imprese, dove l’adesione è spesso bassa.
Non a caso, la Commissione europea ha avviato una revisione della direttiva ADR (2013/11/UE) per adattarla ai mercati digitali e rendere più fruibili i percorsi stragiudiziali, ampliandone anche il perimetro.
C’è poi un fatto simbolico che dovrebbe far riflettere chiunque creda davvero nella “giustizia facile” online: la piattaforma ODR europea è stata discontinua e poi chiusa, perché troppo poco usata e poco accettata dai professionisti del mercato.
La Commissione spiega la dismissione come conseguenza della bassa performance, e il Consiglio UE ha formalizzato la chiusura e la sostituzione con strumenti migliori; la piattaforma è stata discontinuata dal 20 luglio 2025.
Questo episodio, al di là della tecnica, racconta una verità semplice: non basta creare un canale, serve una cultura.
Se imprese e consumatori continuano a pensare che la soluzione sia solo “vediamoci in giudizio”, allora qualsiasi alternativa resta un corridoio vuoto.
Il buonsenso come infrastruttura giuridica
Per me, “giustizia fuori dai tribunali” non significa romanticizzare la conciliazione. Significa ripartire dalla responsabilità come infrastruttura dei rapporti giuridici.
E qui l’Italia, paradossalmente, è un laboratorio interessante: le riforme recenti hanno rafforzato strumenti come la mediazione, con incentivi e aggiustamenti procedurali, proprio per ridurre il carico e migliorare l’efficienza.
Ma nessuna riforma regge se manca la disposizione mentale che le rende vive. Il diritto primario è questa disposizione: la capacità di riconoscere la propria parte, di non trasformare ogni contestazione in un muro di gomma, di agire prima che la conflittualità diventi identità.
E questo vale per tutti, anche per i consumatori: pretendere è legittimo, ma pretendere bene è un’arte.
Significa chiedere il giusto, documentare, dare tempi ragionevoli, distinguere tra errore e frode, tra disservizio e abuso. L’autoresponsabilità, qui, è anche disciplina.
Una proposta implicita: rendere conveniente la riparazione
Se vogliamo collegare tutto a qualcosa di più ampio, direi questo: la sfida non è solo giuridica, è economica.
Oggi molti sistemi rendono conveniente il rinvio e costosa la riparazione. Se un’azienda sa che il tempo gioca a suo favore, tenderà a non “vedere” il problema fino a quando diventa inevitabile.
Se invece la riparazione tempestiva diventa la scelta più efficiente, allora il diritto primario torna a governare davvero.
Ciò può avvenire in tanti modi, senza demonizzare nessuno: procedure reclami con tempi certi, poteri reali a chi decide in prima battuta, tracciabilità delle risposte, impegni verificabili, e soprattutto una cultura aziendale che consideri il riconoscimento dell’errore un atto di serietà, non un rischio da evitare a prescindere.
È qui che il buonsenso diventa guida: non perché “è più bello”, ma perché è più giusto e, alla lunga, più sostenibile.
Il tribunale come ultima tappa, non come inizio
I tribunali restano il presidio indispensabile quando l’altro non ascolta, quando c’è abuso, quando il diritto viene negato sistematicamente.
Ma la giustizia più equa è quella che comincia prima. Comincia quando ciascuno, nel proprio ruolo, smette di usare il tempo come arma e torna a usare la responsabilità come linguaggio. Il diritto primario, in fondo, è questo: non aspettare che un giudice ti dica ciò che già sai.
Agire come se la giustizia fosse una pratica quotidiana, non un evento raro. E avere il coraggio, quando serve, di dimostrarlo con gesti fattivi.
Rino Febonio
