Nei prossimi anni una parte crescente dei beni che acquistiamo arriverà sul mercato accompagnata da un fascicolo digitale collegato al singolo prodotto, consultabile attraverso un codice stampato sull’etichetta o sull’imballaggio.
Lo prevede il Regolamento europeo sull’ecodesign dei prodotti sostenibili, l’ESPR entrato in vigore nel luglio 2024, che introdurrà in modo progressivo il cosiddetto Passaporto Digitale di Prodotto: prima per alcune categorie particolarmente sensibili come batterie, tessili, elettronica di consumo e materiali edili, in seguito per una platea sempre più ampia di beni di largo consumo.
Dietro un acronimo che rischia di restare confinato negli ambienti tecnici si muove, in realtà, una questione che riguarda da vicino chi si occupa di tutela consumeristica: la possibilità di ridurre, almeno in parte, la distanza informativa che separa chi produce da chi acquista.
Quello che l’etichetta non può più contenere
L’etichetta tradizionale è uno spazio fisico pensato in un’epoca in cui i prodotti erano oggetti relativamente semplici da descrivere — una composizione, una classe energetica, una scadenza, qualche simbolo normato. Da quando i beni si sono trasformati in sistemi complessi, quella cornice è diventata inevitabilmente angusta. Un telefono di oggi è insieme dispositivo, software, servizio di assistenza, catena di materiali rari e flusso di dati personali; un elettrodomestico moderno porta con sé un’aspettativa di vita utile, una rete di ricambi, una storia di consumi energetici che mal si lascia compendiare in una targhetta. Chi acquista, in fondo, non porta a casa soltanto un oggetto: porta a casa una filiera, anche se quasi sempre non lo sa e, soprattutto, non la vede.
Un’asimmetria che il mercato non corregge da sé
Lo squilibrio è strutturale. Il produttore conosce ciò che vende — tempi di obsolescenza programmati, fornitori, impatto reale di alcuni processi, marginalità ottenibile da un certo livello di qualità — mentre il consumatore dispone, nella migliore delle ipotesi, di prezzo, marchio, qualche dichiarazione promozionale e l’esperienza accumulata con prodotti analoghi. In quel divario si è collocata, negli ultimi anni, gran parte delle pratiche commerciali più discutibili, dal greenwashing alle dichiarazioni vaghe sulla riparabilità, fino alle promesse di durata che difficilmente trovano riscontro nell’uso quotidiano. Affidare la correzione di un divario simile alla sola buona fede degli operatori, come l’esperienza insegna, equivale a non correggerlo.
Dal racconto al dato
L’idea di sostenibilità ha pagato negli ultimi anni un prezzo evidente alla sua stessa diffusione. Quando un concetto viene impiegato con tale ampiezza da poter giustificare tanto una collezione di moda quanto un’offerta bancaria, la sua capacità di orientare le scelte tende a indebolirsi. Il Passaporto Digitale agisce proprio su questo punto, spostando il discorso dalla sostenibilità raccontata a quella documentata: non più una qualità evocata in campagna pubblicitaria, ma un insieme verificabile di informazioni su materiali, processi, impronta ambientale, riparabilità e gestione del fine vita. Il cambiamento non è soltanto normativo, è culturale: introduce nel rapporto con il consumatore un’idea di responsabilità più esigente, che chiede al produttore non solo di vendere bene ma di rendere leggibile ciò che vende.
Riparare come scelta praticabile
Una delle ricadute più concrete riguarda la riparazione, terreno su cui l’Unione europea è intervenuta anche con la Direttiva 2024/1799 sul diritto alla riparazione. Per troppo tempo abbiamo convissuto con un’economia che tendeva a rendere la sostituzione più semplice della riparazione, non per un’effettiva convenienza economica, ma perché reperire i pezzi, individuare un riparatore qualificato o anche solo comprendere se intervenire valesse la pena richiedeva un investimento di tempo che pochi consumatori potevano permettersi. Il risultato è un paradosso che le associazioni conoscono bene: il cittadino possiede il bene, ma non ne controlla davvero la vita utile. Diritto alla riparazione e Passaporto Digitale, letti insieme, provano a ricucire questa frattura. Il primo afferma il principio; il secondo gli fornisce gli strumenti — istruzioni, codici componenti, cronologia degli interventi — senza i quali quel principio resterebbe enunciazione astratta.
Il rischio di una trasparenza solo nominale
Sarebbe ingenuo, però, considerare risolto il problema per il solo fatto che il Passaporto esista. Una trasparenza concepita male può tradursi in un nuovo modo di disorientare il consumatore: tabelle tecniche fitte di sigle, documenti accessibili soltanto attraverso percorsi tortuosi, richieste di dati personali presentate come condizione per accedere a informazioni che dovrebbero essere pubbliche per loro natura. Il punto delicato sarà la qualità dell’accesso, non la sua semplice esistenza formale. Se per leggere il passaporto di un prodotto occorrerà competenza tecnica, tempo e una certa dimestichezza digitale, lo strumento finirà per favorire i consumatori già più tutelati, lasciando indietro proprio quelli che avrebbero più bisogno di protezione. È un esito che le associazioni hanno il compito di prevenire, prima ancora che di denunciare.
Lo spazio nuovo del lavoro consumeristico
Per chi opera nel mondo della tutela dei consumatori si apre, di conseguenza, un campo di intervento meno familiare di quello tradizionale. Accanto al lavoro più consueto — assistenza nelle controversie, mediazione, contenzioso seriale — si profila una funzione di verifica e accompagnamento: leggere i passaporti, confrontarli con la realtà dei prodotti, segnalare le incongruenze alle autorità, sollecitare interventi correttivi, formare i cittadini all’uso effettivo di questi strumenti. Si tratta di una tutela meno reattiva e più preventiva, che richiede competenze in parte diverse da quelle del passato e una capacità di dialogo costante con le istituzioni di vigilanza. È un cambiamento di postura significativo per il movimento consumeristico italiano, e non sarà privo di tensioni interne.
Pretendere un mercato più adulto
Sarebbe imprudente attendersi che un singolo strumento, per quanto ben costruito, riequilibri da solo un mercato così articolato come quello europeo. Il Passaporto Digitale potrà però rendere più difficili alcune scorrettezze diffuse, favorire una concorrenza basata su qualità reali e non solo percepite, e ricondurre la sostenibilità al perimetro delle informazioni dimostrabili. Soprattutto, sancisce un principio che merita di essere ribadito con chiarezza: chi immette un prodotto sul mercato deve accettare che quel prodotto abbia una storia consultabile da chi lo acquista. In un tempo in cui il consumo è sempre più rapido e mediato da messaggi sofisticati, restituire profondità agli oggetti che compriamo è forse l’innovazione più seria che si possa chiedere alla regolazione europea. La tutela dei consumatori, oggi, si gioca anche qui: nella possibilità di passare da una protezione che insegue il danno a una che ne rende più improbabile la produzione.
Sabrina Greci
Presidente Foro Nazionale Consumatori
