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8 Settembre 2026
Costume e Società

Il futuro dei giovani è una responsabilità degli adulti

Quando parliamo di giovani, troppo spesso iniziamo dai loro problemi e da una serie di frasi fatte: “I giovani non studiano abbastanza”, “Non hanno voglia di fare sacrifici”, “Cambiano continuamente lavoro”, “Non accettano determinate occupazioni”, “Rimandano il momento di lasciare la casa dei genitori”, “Non fanno figli”.

È un elenco che conosciamo bene. Molto più raramente, però, proviamo a cambiare prospettiva e a porci una domanda certamente più scomoda: quale società abbiamo costruito noi adulti per le nuove generazioni? Perché non possiamo chiedere ai giovani di assumersi tutte le responsabilità del proprio futuro se non siamo altrettanto disponibili a riconoscere le nostre. Credo che dovremmo liberarci innanzitutto da un pregiudizio, e capire che la maggior parte dei giovani non cerca scorciatoie, cerca opportunità. Vuole poter studiare sapendo che l’impegno avrà un valore.

Vuole trovare un lavoro che consenta non soltanto di accumulare esperienza, ma anche di diventare progressivamente autonomi. Vuole poter immaginare di andare a vivere da soli, acquistare o affittare una casa, costruire una relazione stabile, avere dei figli. In altre parole, chiede ciò che per molte generazioni precedenti rappresentava un percorso quasi naturale verso l’età adulta, ed oggi invece non è più così. Per molti ragazzi e ragazze l’ingresso nel mondo del lavoro coincide con una lunga successione di contratti, stage, collaborazioni e periodi di incertezza.

Non è necessariamente la flessibilità a rappresentare il problema. Il mercato del lavoro è cambiato ed è irrealistico pensare di ricostruire semplicemente quello di quarant’anni fa.

Il problema nasce quando la flessibilità diventa precarietà permanente e impedisce di progettare il futuro. Dovremmo tornare a ricordare una cosa apparentemente ovvia, il lavoro non serve soltanto per lavorare, serve per vivere. Un giovane che entra nel mercato del lavoro deve poter immaginare che, attraverso il proprio impegno, potrà progressivamente conquistare autonomia.

Quando invece un salario non permette di sostenere il costo di un affitto, quando l’accesso al credito diventa quasi impossibile, quando ogni scelta importante deve essere rimandata perché manca una ragionevole certezza sul reddito dei prossimi mesi, il problema non è più soltanto occupazionale. Diventa sociale e riguarda tutti noi. Non possiamo stupirci se l’età nella quale si lascia la famiglia di origine si sposta sempre più avanti o se la decisione di avere un figlio viene continuamente rinviata.

Dietro molte di queste scelte non c’è necessariamente un cambiamento di valori. C’è spesso una semplice domanda: posso permettermelo? Ed è una domanda che dovrebbe preoccupare un Paese nel quale la denatalità rappresenta ormai una delle grandi questioni strategiche.

C’è poi il tema della formazione. L’Italia possiede università, scuole, centri di ricerca ed esperienze formative di grande qualità. Abbiamo giovani preparati che spesso parlano più lingue, utilizzano naturalmente le nuove tecnologie e possiedono una capacità di muoversi nel mondo sconosciuta alle generazioni precedenti. Ed è giusto che viaggino, che studino all’estero, che conoscano altre culture, che lavorino in aziende internazionali e che si confrontino con esperienze differenti. Il problema nasce quando partire non è più una scelta, ma diventa una necessità.

Un Paese dovrebbe essere felice quando un giovane decide di fare esperienza a Londra, Berlino, Parigi, New York o Singapore. Dovrebbe preoccuparsi, invece, quando quel giovane ritiene di non avere alcuna possibilità di tornare. Abbiamo investito risorse pubbliche e private per formare generazioni di ragazzi competenti, ora dobbiamo creare le condizioni perché quelle competenze possano diventare anche un patrimonio dell’Italia.

Leonardo Maiolica

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