Come il linguaggio plasma la nostra realtà: il potere delle parole
Quando cerchiamo di descrivere il mondo che ci circonda, crediamo che le parole siano un semplice strumento per esprimere i nostri pensieri.
Ma in realtà, il mondo che vediamo è influenzato a sua volta dalle parole che conosciamo.
Il linguaggio non serve solo a comunicare con gli altri, ma è anche una sorta di filtro che aiuta la mente a organizzare le esperienze, a dare forma ai pensieri e a creare significati e associazioni.
Che cos’è la linguistica cognitiva e come influenza la mente
Questa idea è alla base della linguistica cognitiva, una disciplina che si occupa di studiare la connessione profonda tra la lingua, la mente e le esperienze vissute.
È scienza che spiega come le parole che usiamo influenzano la nostra percezione del mondo e come la nostra mente utilizza il linguaggio per costruire la realtà, diversa, di conseguenza, per ognuno di noi.
Secondo questa prospettiva, le parole non sono semplicemente etichette che possono essere applicate a una realtà oggettiva in modo neutro.
Una “sedia” non sarà mai solo una “sedia”. In questo momento, nominandola, ho immaginato un preciso oggetto, che potrebbe non essere lo stesso per una persona di un altro Paese.
L’ipotesi di Sapir-Whorf: la lingua come filtro culturale
Ogni lingua seleziona, mette in evidenza e struttura alcuni aspetti della realtà più di altri, creando una sorta di filtro attraverso il quale vediamo il mondo, che dipende non solo da una questione logico-sintattica, ma anche culturale.
Due linguisti famosi, ossia Sapir e Whorf, hanno spiegato che quando parliamo una lingua, ci abituiamo a categorizzare il mondo in un modo specifico, rendendo alcune distinzioni più immediate mentre altre diventano meno visibili.
In questo senso, la lingua che parliamo può avere un impatto significativo su come percepiamo e interpretiamo la realtà che ci circonda.
Differenze linguistiche: responsabilità e azione nel linguaggio
Un esempio significativo riguarda il modo in cui le lingue codificano l’azione e la responsabilità. In italiano e in inglese, quando succede qualcosa di negativo, tendiamo a specificare chiaramente l’agente: “(Lui) ha rotto il bicchiere”, “He broke the glass”.
La struttura della frase mette in evidenza chi ha compiuto l’azione, anche quando l’evento è accidentale. In altre lingue, come lo spagnolo in alcuni contesti, è molto più comune usare costruzioni impersonali o intransitive: “Se le rompió el vaso”.
L’attenzione si sposta dal soggetto dell’azione all’evento in sé. Studi di linguistica cognitiva mostrano che i parlanti di lingue che enfatizzano meno l’agente tendono a ricordare meno chi ha causato l’incidente, concentrandosi piuttosto su ciò che è accaduto e quindi tendendo più alla risoluzione del problema.
Il tempo è un altro esempio molto importante.
La concezione del tempo nelle diverse culture
Nelle lingue occidentali, il tempo viene spesso visto come qualcosa che possiamo avere o non avere.
Lo possiamo perdere, risparmiare, investire o addirittura buttare.
Questo modo di pensare al tempo, come se fosse “denaro” (da qui il detto “Il tempo è denaro”), ha un grande impatto sulla nostra vita quotidiana.
Ci fa sentire in dovere di fare sempre qualcosa di utile, altrimenti sarà una vana “perdita di tempo”. In altre culture, invece, il tempo non è visto in questo modo.
Un caso interessante è quello della lingua hopi, parlata da una popolazione nativa del Nord America. Per loro, il tempo non è organizzato come una linea dritta, che va dal passato al futuro, ma come un processo ciclico, legato agli eventi e alla loro manifestazione nel mondo.
Nella lingua hopi, infatti, non esiste una divisione grammaticale rigida dei tempi verbali come nelle lingue neolatine (o comunque indoeuropee). Ciò che conta non è quando si realizza qualcosa ma, piuttosto, in che modo.
Il ruolo delle metafore nella costruzione del pensiero
Un argomento di forte dibattito quando si parla di linguistica cognitiva è senza dubbio la questione delle metafore.
Per gli studiosi, non sono solo modi per rendere il linguaggio più interessante o poetico, ma sono il modo per il nostro cervello di organizzare e comprendere concetti che non possiamo toccare o vedere.
Ad esempio, quando pensiamo che una discussione sia come una lotta, allora tendiamo a usare parole come “attaccare” o “difendere” per descrivere le nostre azioni. In quel momento, infatti, viviamo la discussione come se fossimo veramente in guerra.
Se cambiassimo la metafora con, ad esempio, “chiarire”, allora il senso cambierebbe totalmente, così come le nostre emozioni in quell’istante.
Scegliere le parole per cambiare il mondo
Le parole possono avere un grande impatto: possono farci vedere gli altri come persone o come oggetti, possono aprire o chiudere porte.
Non si tratta di limitare la libertà di parola, ma di essere consapevoli di come ciò che diciamo può influenzare il modo in cui pensiamo e interagiamo gli uni con gli altri.
Le parole possono essere un potente strumento per costruire ponti o muri, e quindi è importante usarle con consapevolezza e responsabilità. Imparare nuove lingue, riflettere sulle parole che usiamo, cambiare metafore è un modo per rendere più grande lo spazio mentale in cui ci rifugiamo.
Perché scegliere le parole, in fondo, significa anche scegliere il mondo che vogliamo vedere.
Flavia Amorosini
