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7 Ottobre 2026
Integrare significa accogliere, ma anche condividere regole e valori
Costume e Società

Integrare significa accogliere, ma anche condividere regole e valori

Il Consiglio dei ministri del 24 settembre ha approvato il decreto-legge sulla scuola, introducendo nuove misure per l’integrazione degli studenti stranieri: un limite del 30% in determinate classi prime, il potenziamento dell’italiano e il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, salvo ragioni sanitarie o di sicurezza.

Il tema, però, non dovrebbe essere affrontato come l’ennesimo scontro tra chi vuole accogliere e chi vuole imporre regole. Integrazione e regole non sono concetti contrapposti: sono due condizioni della stessa convivenza.

Integrare significa creare le condizioni perché persone provenienti da culture diverse possano comunicare, conoscersi e partecipare alla stessa comunità. E la scuola è il primo luogo nel quale questa sfida si misura.

Il limite del 30%, previsto dall’anno scolastico 2027/2028, non riguarda indistintamente tutti gli studenti stranieri. Nella primaria interessa gli alunni con cittadinanza non italiana non nati nel nostro Paese o che non abbiano frequentato almeno due anni della scuola dell’infanzia; nella secondaria chi non abbia frequentato con esito positivo almeno tre anni del sistema nazionale di istruzione.

È una distinzione importante. Il problema non è la nazionalità, ma creare le condizioni perché tutti possano partecipare pienamente alla vita scolastica. Quando in una classe si concentra un numero elevato di ragazzi che devono ancora acquisire gli strumenti linguistici necessari, le difficoltà possono riguardare gli stessi studenti, gli insegnanti e l’intero gruppo.

Per questo la lingua italiana assume un ruolo centrale. Conoscerla significa poter studiare, comprendere diritti e doveri, dialogare con le istituzioni e, domani, lavorare. Impararla non significa rinunciare alle proprie radici, ma acquisire uno strumento fondamentale per costruire il proprio futuro.

In questa direzione va anche il coinvolgimento delle famiglie, con percorsi gratuiti di alfabetizzazione per i genitori nei casi previsti dal decreto. La scuola può fare molto, ma l’integrazione diventa più difficile se la famiglia rimane separata dalla comunità nella quale vive.

Anche la norma sul volto coperto va letta senza esasperazioni. Il decreto vieta di partecipare alle attività scolastiche e ai rapporti tra scuola e famiglia con il volto coperto o non riconoscibile, salvo specifiche ragioni. Una disposizione che riguarda concretamente anche burqa e niqab e che dovrà naturalmente essere applicata nel rispetto dei principi costituzionali.

La scuola è il luogo dell’incontro: ci si guarda, si comunica, si costruiscono relazioni. Non dovrebbe diventare uno spazio di separazione, né rinunciare alle regole comuni che rendono possibile la convivenza.

Il vero errore sarebbe trasformare queste misure in una bandiera ideologica. Una società deve essere capace di accogliere e, nello stesso tempo, costruire gli strumenti perché chi vive in Italia possa conoscere la lingua, rispettare le regole e partecipare pienamente alla comunità.

Naturalmente una legge, da sola, non produce integrazione. Servono insegnanti, risorse, strumenti linguistici e collaborazione con le famiglie. Per questo il successo del decreto non potrà essere misurato soltanto attraverso il rispetto della soglia del 30%.

La vera domanda sarà un’altra: quanti ragazzi riusciremo davvero a integrare?

Se un bambino arrivato da un altro Paese imparerà l’italiano, studierà insieme ai suoi coetanei e sentirà di appartenere alla comunità nella quale cresce, avremo raggiunto l’obiettivo.

Perché integrare non significa chiedere a qualcuno di dimenticare da dove viene. Significa offrirgli gli strumenti per sentirsi parte del luogo nel quale costruirà il proprio futuro.

Leonardo Maiolica

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