La sera del 16 maggio 2026, a Modena, qualcosa si è spezzato. Non soltanto delle vite — che già sarebbe abbastanza per fermarsi in silenzio — ma anche quella sensazione quotidiana di normalità che accompagna le nostre città. Una passeggiata in centro, un sabato qualsiasi, persone che parlano, ridono, fanno compere. Poi improvvisamente il caos: un’auto lanciata sulla folla, il panico, la paura, il sangue.
Di fronte a tragedie così, la prima reazione è spesso quella di cercare un colpevole semplice. Una spiegazione immediata. Qualcosa che ci rassicuri dicendoci: “È successo per questo motivo preciso”. Ma la verità è che i fenomeni umani raramente sono semplici.
Forse dovremmo avere il coraggio di farci domande più profonde.
Che cosa sta accadendo nelle nostre società? Perché cresce questa rabbia silenziosa? Perché tante persone sembrano vivere scollegate dagli altri, chiuse in un isolamento emotivo che nessuno vede finché non esplode? E soprattutto: possibile che ci accorgiamo della sofferenza soltanto quando diventa violenza?
Viviamo in un tempo strano. Siamo continuamente connessi ma sempre più soli. Passiamo ore sui social osservando vite altrui perfette, mentre facciamo fatica a parlare davvero con chi ci sta vicino. Ci indigniamo per tutto, ma ascoltiamo pochissimo. Corriamo tutto il giorno senza sapere bene verso cosa.
E in questo clima crescono fragilità invisibili.
Persone che si sentono fallite. Persone che non trovano un posto nel mondo. Persone che smettono lentamente di sentirsi parte di una comunità. Non giustifica nulla, sia chiaro. Chi compie un gesto violento resta responsabile delle sue azioni. Ma una società matura dovrebbe chiedersi non solo “chi è stato?”, ma anche “che cosa abbiamo smesso di vedere?”.
La verità è che nessuno può delegare completamente il problema allo Stato, alla polizia o agli ospedali psichiatrici. Certo, servono sicurezza, servizi sociali, prevenzione, cure. Ma serve anche qualcosa che non si può imporre per legge: il legame umano.
Forse dobbiamo tornare a guardarci davvero.
Accorgerci del vicino che scompare lentamente dalla vita sociale. Del collega sempre più arrabbiato. Dell’amico che non parla più. Del ragazzo che vive solo online. Delle persone che nessuno chiama mai.
Per anni abbiamo celebrato l’individualismo come una conquista assoluta: “non ho bisogno di nessuno”, “penso a me stesso”, “ognuno si salvi da solo”. Ma una società costruita soltanto sull’io finisce per produrre solitudini immense.
E le solitudini, a volte, diventano disperazione.
C’è poi un altro rischio: abituarsi all’orrore. Consumare tragedie come contenuti. Guardare video, commentare, litigare online, e dopo poche ore passare oltre. È un meccanismo che ci protegge emotivamente, ma che ci rende anche più freddi. Ogni tragedia diventa rumore di fondo.
Eppure, dentro il dramma di Modena, c’è stato anche altro.
Persone che hanno aiutato sconosciuti. Gente che ha rischiato la vita per fermare l’aggressore. Mani tese nel caos. Questo significa che il senso di comunità non è morto. È fragile, ma esiste ancora.
Ed è forse proprio da lì che dobbiamo ripartire.
Non con grandi discorsi ideologici. Non solo con rabbia e paura. Ma con piccoli gesti quotidiani:
- parlare di più e urlare di meno;
- ascoltare prima di giudicare;
- costruire relazioni reali;
- chiedere aiuto quando stiamo male;
- non vergognarsi della fragilità;
- educare i giovani all’empatia e non solo alla competizione.
Perché una società si difende non soltanto con le telecamere o con le leggi, ma anche con la qualità dei rapporti umani che riesce a creare.
La domanda vera che Modena lascia a tutti noi non è soltanto “come è potuto accadere?”, ma “che tipo di società stiamo diventando?”.
E la risposta, nel bene o nel male, dipenderà anche da ciò che faremo ogni giorno, nel nostro piccolo, quando nessuno ci guarda.
Federica Sorge
