Opportunità, limiti e lezioni dal passato
L’immagine è suggestiva: ricoprire tutti i tetti residenziali d’Italia di pannelli fotovoltaici, trasformando il nostro Paese in una sorta di immensa centrale solare diffusa.
Un esercizio teorico che, numeri alla mano, permette però di riflettere seriamente sulle potenzialità e sulle criticità del fotovoltaico come pilastro della transizione energetica italiana.
Secondo i dati ISPRA, la superficie utile dei tetti residenziali idonei all’installazione ammonta a circa 800 km².
Utilizzando moduli fotovoltaici da 150 W/m², si otterrebbero fino a 120 GW di potenza installata, equivalenti a oltre 130 TWh di energia all’anno: più di un terzo del fabbisogno elettrico nazionale. In termini energetici, il potenziale è straordinario.
Il problema nasce quando si passa dalla teoria alla fattibilità. Il costo complessivo di un’operazione simile si collocherebbe tra i 150 e i 220 miliardi di euro.
Una cifra che, al netto di incentivi e agevolazioni, ricadrebbe in buona parte sulle famiglie italiane. E qui si innesta una riflessione che non possiamo eludere: la lezione del Superbonus 110%.
Quell’esperienza, nata con l’intento di accelerare l’efficientamento energetico e la riqualificazione del patrimonio edilizio, ha generato sì una crescita nel settore delle costruzioni, ma al tempo stesso ha provocato una distorsione finanziaria enorme.
Il meccanismo della cessione del credito e dello sconto in fattura ha gonfiato i costi, prodotto speculazioni e lasciato allo Stato un’eredità economica pesantissima, che peserà sui conti pubblici per molti anni.
Pensare oggi a una nuova stagione di incentivi massicci senza tener conto di quell’esperienza sarebbe un errore imperdonabile. È necessario invece costruire strumenti finanziari più solidi e sostenibili, che accompagnino i cittadini e le imprese verso le rinnovabili senza creare nuove voragini di bilancio. Ad esempio, sistemi di detrazione più graduali, incentivi mirati alle fasce più vulnerabili, contratti di rendimento energetico in collaborazione con le utility.
C’è poi il tema della rete elettrica e della gestione della variabilità. Il fotovoltaico produce in modo intermittente: molto d’estate e di giorno, poco d’inverno e nulla di notte.
Senza un massiccio investimento in accumuli, reti digitali e sistemi di demand-response, l’energia in eccesso rischierebbe di essere sprecata, mentre nei picchi di consumo potremmo trovarci con deficit difficili da colmare.
In definitiva, l’idea di trasformare i tetti italiani in centrali solari non è un’utopia, ma nemmeno una soluzione immediata. È piuttosto una direzione di marcia, che va perseguita con equilibrio e realismo.
Servono pianificazione a lungo termine, un quadro normativo stabile, strumenti finanziari affidabili e un mix energetico in cui il fotovoltaico sia affiancato da fonti programmabili come l’idroelettrico, il gas a basse emissioni e il nucleare di nuova generazione.
Solo così la “rivoluzione silenziosa” del solare potrà trasformarsi da suggestione teorica a strategia concreta, evitando di ripetere gli errori del passato e garantendo al Paese un futuro energetico solido e sostenibile.
Francesco Carbone
