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7 Ottobre 2026
Intelligenza artificiale, la svolta delle imprese italiane: una su cinque la utilizza già
EconomiaTecnologia

Intelligenza artificiale, la svolta delle imprese italiane: una su cinque la utilizza già

L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più rapidamente nelle imprese italiane. Non soltanto nelle grandi aziende tecnologiche o nei servizi più avanzati, ma anche nell’industria, nel commercio, nell’agricoltura e nelle filiere tradizionali del Made in Italy.

Tra il 2024 e il 2025 la quota di imprese che dichiara di utilizzare soluzioni di IA è infatti passata dal 13,1% al 19,5%. In appena un anno l’incremento è stato superiore a sei punti percentuali e oggi siamo ormai vicini alla soglia di un’impresa su cinque.

A fotografare questa trasformazione è un’analisi di Unioncamere realizzata insieme a Dintec sulla base di oltre 20mila rilevazioni effettuate negli ultimi due anni attraverso SELFI4.0, lo strumento di assessment dei Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio.

I servizi guidano, ma l’industria accelera

A utilizzare maggiormente l’intelligenza artificiale sono ancora le imprese dei servizi: nel 2025 la percentuale raggiunge il 25,9%, rispetto al 19,1% dell’anno precedente.

Il dato forse più significativo arriva però dall’industria. Nel giro di un anno l’utilizzo dell’IA è più che raddoppiato, passando dal 6,2% al 13,6%.

Una crescita che interessa direttamente anche alcune delle filiere sulle quali si fonda una parte importante della capacità produttiva italiana.

Moda, automotive, arredo e agroalimentare stanno infatti recuperando terreno rapidamente. Nel 2023 appena il 3% delle imprese appartenenti alle filiere del Made in Italy utilizzava l’intelligenza artificiale. La percentuale è salita al 6,3% nel 2024 e ha raggiunto l’11% nel 2025.

In tre anni, quindi, il dato è quasi quadruplicato.

Segnali positivi arrivano anche dal commercio, dove l’adozione raggiunge il 13%, e dall’agricoltura, che passa dal 5,2% all’8,1%.

L’innovazione chiama altra innovazione

La crescita, tuttavia, non avviene allo stesso modo in tutte le aziende. I numeri mostrano come l’intelligenza artificiale trovi terreno più fertile nelle imprese che hanno già raggiunto un buon livello di digitalizzazione.

Su una scala da zero a quattro, il livello medio di maturità digitale delle aziende che utilizzano l’IA è pari a 2,81, contro 2,17 delle imprese che ancora non la adottano.

Un divario che suggerisce un elemento importante: l’intelligenza artificiale non è semplicemente uno strumento da acquistare o un software da installare. Per sfruttarne realmente le potenzialità servono organizzazione, competenze, processi digitalizzati e capacità di integrare la tecnologia nelle diverse funzioni aziendali.

La stessa relazione emerge osservando ricerca e sviluppo. Tra le imprese che utilizzano l’IA, il 39,3% gestisce le attività di progettazione e R&S in maniera completamente automatizzata e integrata tra le funzioni aziendali. Tra quelle che non utilizzano l’intelligenza artificiale, la percentuale si ferma al 24,1%.

Anche l’export spinge l’intelligenza artificiale

Un altro elemento che sembra favorire l’adozione dell’IA è la presenza sui mercati internazionali.

Le imprese esportatrici presentano infatti un tasso di utilizzo dell’intelligenza artificiale dell’11,9%, contro il 7,1% delle aziende che operano esclusivamente sul mercato interno.

Innovazione tecnologica, ricerca, digitalizzazione e internazionalizzazione sembrano dunque rafforzarsi reciprocamente. Le imprese maggiormente esposte alla competizione internazionale hanno una necessità più forte di migliorare produttività, organizzazione e capacità di analizzare informazioni e mercati.

Il rischio di un sistema produttivo a due velocità

La crescita dell’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per il sistema produttivo italiano, ma porta con sé anche una questione che non può essere sottovalutata: il rischio che aumenti la distanza tra chi possiede competenze, organizzazione e risorse per innovare e chi invece fatica ad affrontare la trasformazione digitale.

È un tema particolarmente importante in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un tessuto produttivo composto in larga parte da piccole e medie imprese.

Proprio per questo, secondo il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli, le aziende – soprattutto quelle più piccole – devono essere accompagnate in questa prima fase di applicazione dell’intelligenza artificiale.

Il sistema camerale ha messo a disposizione incentivi e voucher, laboratori nei quali sperimentare concretamente l’IA e percorsi di formazione, oltre ad aver avviato collaborazioni specialistiche, tra cui quella con l’Istituto italiano di intelligenza artificiale (AI4I).

La vera sfida sono le competenze

La partita, quindi, non riguarda soltanto quante imprese utilizzeranno l’intelligenza artificiale nei prossimi anni. Riguarda soprattutto come la utilizzeranno.

L’IA può diventare uno strumento capace di aumentare produttività, ridurre inefficienze, sostenere ricerca e innovazione e rendere le aziende italiane più competitive. Ma perché ciò accada servono investimenti, formazione e una nuova cultura organizzativa.

Il balzo registrato nell’ultimo anno dimostra che una parte importante del sistema produttivo ha già iniziato questo percorso.

Adesso la sfida è evitare che l’intelligenza artificiale diventi un ulteriore fattore di distanza tra grandi e piccoli, tra imprese innovative e imprese tradizionali, tra chi compete sui mercati internazionali e chi resta confinato nel mercato domestico.

Perché la trasformazione digitale sarà realmente una leva di crescita per il Paese solo se riuscirà a coinvolgere anche quella vasta rete di piccole imprese che costituisce una delle caratteristiche fondamentali dell’economia italiana.

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