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21 Aprile 2026
Italia, piattaforma logistica del Mediterraneo: visione o illusione?
Economia

Italia, piattaforma logistica del Mediterraneo: visione o illusione?

C’è un’Italia che spesso dimentichiamo. Non quella dei talk show, degli scontri ideologici o dei bonus a pioggia.

Ma l’Italia che potrebbe tornare a comandare le rotte del mondo.

Un’Italia capace di trasformare la sua forma geografica, una penisola protesa nel cuore del Mediterraneo in un vantaggio competitivo su scala globale.

Collegare, mediare, trasportare

È l’Italia della logistica, dei porti, delle dighe, dei treni, dell’energia.

È l’Italia che, se messa in condizione di funzionare, potrebbe guadagnare miliardi solo facendo ciò che le è sempre riuscito bene: collegare, mediare, trasportare.

Non è fantapolitica. È la realtà che sta prendendo forma a Genova, dove la nuova diga foranea, la più profonda d’Europa, si prepara a cambiare per sempre il volto del porto ligure.

Una diga da oltre un miliardo di euro, pensata per accogliere le navi portacontainer più grandi del pianeta.

Ma attenzione: una grande opera non basta. Perché una diga, da sola, è solo cemento armato che erge dall’acqua.

Strategia logistica nazionale

Quello che serve è una visione di sistema, una strategia nazionale che tenga insieme Genova, Gioia Tauro, Taranto, Trieste.

Che sappia unire il Nord produttivo con il Sud che attende ancora il riscatto. Che metta in connessione il mare con la ferrovia, l’idrogeno con la città, l’ambiente con l’economia.

In un mio recente articolo su Nazione Futura, ho parlato di idrogeno verde prodotto a chilometro zero per alimentare le ferrovie secondarie.

Non è un sogno ecologista, è puro buon senso ingegneristico. Abbiamo aree industriali, zone agricole, fonti rinnovabili diffuse.

Abbiamo la possibilità di produrre localmente l’idrogeno e usarlo dove serve: sulle tratte merci non elettrificate, nei collegamenti di retroporto, nei piccoli snodi ferroviari dimenticati da decenni ma fondamentali per il territorio.

Immaginate cosa potrebbe accadere se collegassimo Genova al Piemonte con una ferrovia ad idrogeno leggero, se portassimo le merci sbarcate in Liguria verso la pianura padana senza bruciare una goccia di gasolio.

E poi se trasformassimo l’energia residua in mobilità urbana pulita. Autobus, camioncini per l’ultimo miglio, car sharing: tutto alimentato dalla stessa fonte, in un sistema chiuso e coerente.

Manca la visione

Ma il discorso non si ferma al Nord. Il vero cambio di paradigma deve avvenire nel Mezzogiorno. Il porto di Gioia Tauro è già il più importante d’Italia per transhipment, ma resta scollegato dalle dorsali logistiche nazionali. Il porto di Taranto, con fondali naturali profondissimi e una posizione strategica invidiabile, è una Ferrari lasciata in garage.

Perché? Perché mancano connessioni ferroviarie, perché mancano investimenti, perché manca soprattutto una visione. Eppure basterebbe poco. Una dorsale ferroviaria ad alta capacità che colleghi questi porti con Genova, Bologna, Milano. Alcuni impianti locali di produzione di idrogeno. Una fiscalità di vantaggio nelle ZES (Zone Economiche Speciali) per attirare operatori logistici internazionali.

La verità è che l’Italia non è mai stata messa nelle condizioni di sfruttare davvero la sua geografia. Le merci che devono andare in Baviera o in Svizzera oggi sbarcano a Rotterdam. E da lì fanno 1.200 km di treno.

Perché? Perché là le navi attraccano in poche ore. Perché i treni partono ogni dieci minuti. Perché la dogana è digitale, veloce, flessibile. Ma noi potremmo fare lo stesso. Meglio, se volessimo. Perché Genova è più vicina al cuore d’Europa di quanto lo sia Anversa. E i nostri porti, se messi a sistema, valgono più del Northern Range.

E allora perché non accade? Perché manca una cabina di regia nazionale. Perché i porti sono ancora gestiti come feudi locali.

Perché le Ferrovie dello Stato e i Ministeri spesso ragionano a compartimenti stagni. Perché l’Italia si muove per impulsi e mai per strategia. Ma è tempo di cambiare.

Non basta costruire dighe. Bisogna costruire una strategia logistica nazionale.

Serve un Piano Italia Logistica 2030. Serve che ogni grande opera sia pensata con un prima e un dopo.

Serve che dietro ogni investimento ci sia un modello di sviluppo territoriale e industriale.

E serve anche coraggio politico: perché per tornare a guadagnare miliardi dalle merci non serve inventare nulla, ma semplicemente intercettare quei traffici che oggi bypassano l’Italia per colpa nostra, non degli altri.

Iniziamo da Genova

Non ci manca la tecnica, non ci mancano i professionisti, non ci manca la posizione. Ci manca solo la volontà di diventare quello che siamo sempre stati: una nazione al centro delle rotte. Un punto di passaggio e di scambio, un ponte tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud.

E allora iniziamo da Genova. Ma non fermiamoci lì. Facciamo della diga il simbolo di un’Italia che costruisce, collega, trasporta.

Facciamo della logistica una bandiera di rinascita nazionale.

Perché le merci muovono il mondo, e l’Italia è ancora, malgrado tutto, una terra che sa muoverlo.

Francesco Carbone

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