La politica non è una gara da Guinness dei primati
Il vero valore della stabilità sta altrove: nella possibilità di restituire a una grande nazione come l’Italia qualcosa che per troppo tempo è mancato, ovvero una prospettiva politica sufficientemente lunga per costruire una strategia nazionale.
Energia, industria e sovranità: perché un Paese forte ha bisogno di governi capaci di programmare oltre la prossima scadenza elettorale, Il 4 settembre, a Bari, è stato celebrato un traguardo politico importante per il Governo guidato da Giorgia Meloni. Un risultato che, a mio parere, sarebbe però riduttivo leggere esclusivamente attraverso la classifica dei governi più longevi della storia repubblicana.
Per decenni abbiamo conosciuto governi dalla vita relativamente breve, maggioranze fragili, cambi di indirizzo e programmi che spesso non avevano nemmeno il tempo di essere pienamente attuati. Tutto questo ha inevitabilmente avuto conseguenze anche sul sistema economico e produttivo.
Perché un imprenditore può modificare un investimento in pochi mesi. Uno Stato no
Le grandi infrastrutture, la politica energetica, le reti elettriche, la politica industriale, la formazione delle competenze, la ricerca e lo sviluppo tecnologico richiedono anni, talvolta decenni, di programmazione. Ed è proprio qui che la stabilità politica assume un significato molto più profondo.
Il nucleare è l’esempio più evidente
Prendiamo uno dei temi che considero strategici per il futuro dell’Italia: il ritorno all’energia nucleare. Non si costruisce una filiera nucleare cambiando strategia ogni due anni. Non si formano ingegneri, tecnici e operatori specializzati in una legislatura. Non si sviluppano tecnologie come gli Small Modular Reactor, non si costruisce una catena industriale nazionale e non si programmano investimenti miliardari senza sapere quale sarà l’indirizzo politico del Paese negli anni successivi. Il nucleare, da questo punto di vista, rappresenta forse uno degli esempi migliori di ciò che significa avere una visione di lungo periodo.
L’Italia ha già perso molto tempo
Abbiamo competenze industriali, università, centri di ricerca e imprese che continuano a lavorare nella filiera nucleare internazionale, mentre il nostro Paese è rimasto per decenni fuori dalla produzione elettronucleare. Oggi abbiamo finalmente la possibilità di riaprire seriamente quella porta. Non significa immaginare che il nucleare possa risolvere da solo ogni problema energetico italiano. Significa invece costruire un mix energetico più equilibrato, nel quale rinnovabili, sistemi di accumulo, reti, gas nella fase di transizione e nucleare possano concorrere alla sicurezza del sistema. Ma soprattutto significa affrontare il grande tema della sovranità energetica.
Sovranità energetica significa libertà di scelta
Gli ultimi anni ci hanno insegnato quanto l’energia sia diventata uno strumento geopolitico. Una guerra, una crisi internazionale, una tensione lungo una delle grandi rotte commerciali mondiali possono tradursi rapidamente in variazioni del prezzo del gas, dell’elettricità e dei carburanti. E quando aumenta il costo dell’energia non aumenta soltanto la bolletta.
Aumenta il costo di produrre acciaio, plastica, vetro, cemento, componentistica e beni industriali. Aumentano i costi logistici.
Diminuisce la competitività delle nostre imprese.
La sovranità energetica è quindi anche sovranità industriale. Essere maggiormente padroni delle fonti con cui produciamo energia significa essere maggiormente padroni del nostro futuro economico. Ed è qui che ritorna il tema della stabilità.
Una strategia energetica nazionale non può essere continuamente smontata e ricostruita a seconda della maggioranza politica del momento. Deve diventare una delle grandi direttrici sulle quali il Paese decide dove vuole essere tra dieci, venti o trent’anni.
Dalla politica dell’emergenza alla politica della programmazione
Per troppo tempo l’Italia è stata costretta a ragionare sull’emergenza. L’emergenza energetica. L’emergenza industriale. L’emergenza infrastrutturale. L’emergenza occupazionale. Ma uno Stato che vive permanentemente nell’emergenza finisce inevitabilmente per spendere più risorse per correggere i problemi di oggi anziché investire per prevenire quelli di domani.
La vera sfida della stabilità raggiunta dal Governo Meloni è allora proprio questa: trasformare la continuità politica in capacità di programmazione. Il record, se vogliamo chiamarlo così, deve essere soltanto una conseguenza. Ciò che conta davvero è utilizzare questo tempo per costruire.
Costruire una politica energetica capace di ridurre la nostra esposizione alle crisi internazionali. Una politica industriale che riporti produzione e investimenti strategici nel nostro Paese.
Una politica infrastrutturale che accompagni la crescita invece di inseguirla. Una strategia capace di dare alle imprese quella prevedibilità normativa ed economica indispensabile per decidere investimenti che produrranno risultati negli anni successivi. Per chi fa impresa, la stabilità non è infatti un concetto astratto.
La stabilità genera fiducia. E la fiducia genera investimenti
Un imprenditore investe quando riesce a immaginare il futuro. Assume personale quando intravede prospettive di crescita.
Compra nuovi macchinari, amplia uno stabilimento o investe in ricerca quando ritiene sufficientemente stabile il contesto nel quale dovrà operare.
Per questo considero quanto sta accadendo in Italia qualcosa di politicamente molto più significativo della semplice durata di un governo.
Tornare ad avere una visione nazionale
Una grande nazione deve tornare a ragionare da grande nazione. Significa domandarsi quanta energia servirà all’Italia tra vent’anni.
Come alimenteremo le industrie, i data center, la mobilità elettrica e una società sempre più elettrificata. Dove produrremo quell’energia.
Quali tecnologie vogliamo sviluppare in Italia e quali filiere industriali vogliamo riportare sul nostro territorio. Sono domande che richiedono una politica capace di guardare ben oltre il prossimo sondaggio. Ecco perché considero la stabilità politica raggiunta dal Governo Meloni un’opportunità che l’Italia non deve sprecare. Non perché un governo debba durare per il semplice gusto di durare, ma perché deve avere il tempo necessario per lasciare una direzione. D
opo troppi anni nei quali abbiamo amministrato soprattutto il presente, oggi possiamo tornare a progettare il futuro. Il nucleare, la sovranità energetica e quella industriale sono soltanto alcuni dei grandi capitoli di questa sfida.
Il risultato più importante, però, sarebbe un altro: riconsegnare all’Italia quella cultura della programmazione che una grande potenza industriale non può permettersi di perdere. Perché la stabilità non è il traguardo. È lo strumento attraverso il quale una nazione può finalmente tornare ad avere una visione.
Francesco Carbone
