C’è un vento nuovo in Europa. Un vento che non soffia dalle piazze, ma dai luoghi dove si decide il destino dell’industria e dell’energia. Per anni Bruxelles ha imposto obiettivi e scadenze come dogmi religiosi: il 2035 per la fine dei motori a combustione, il phase-out del carbone, la rincorsa cieca all’elettrico.
Oggi quella visione comincia a incrinarsi. La Germania chiede apertamente di salvare i motori ibridi.
La Francia, dopo le crisi della sua flotta nucleare, mantiene le centrali sotto stretta manutenzione. E l’Italia, con buon senso, sceglie di chiudere la produzione a carbone ma di non smantellare le centrali, lasciandole in stand-by come valvole di sicurezza nazionale.
È il segnale che qualcosa sta cambiando: la politica ideologica della transizione sta cedendo il passo alla politica del realismo industriale.
Lo ha detto con parole nette l’eurodeputato Carlo Fidanza, in un intervento destinato a fare scuola.
“La nostra industria automobilistica, il cuore pulsante dell’economia europea, rischia di morire soffocata da scelte ideologiche e da una visione tecnocratica che non tengono conto della realtà. Il bando ai motori a combustione dal 2035 non è una politica ambientale, ma una politica industriale sbagliata e suicida, che consegna alla Cina il controllo delle filiere produttive.”
Parole che fotografano perfettamente il momento storico che stiamo vivendo: l’Europa che si voleva guida del mondo verde rischia di diventare colonia industriale del Dragone. Fidanza non difende un modello “vecchio”, difende la libertà di innovare.
La neutralità tecnologica che Italia e Germania hanno chiesto alla Commissione europea – con una lettera congiunta – è la risposta concreta a chi ha confuso la transizione con la resa.
Rinunciare al motore a combustione significa abbandonare secoli di sapere meccanico, milioni di posti di lavoro e intere filiere della componentistica.
Difendere i biocarburanti, gli e-fuels e le soluzioni ibride significa invece scegliere una transizione intelligente, europea, competitiva, capace di ridurre le emissioni senza distruggere l’economia reale.
Lo stesso vale per l’energia. La Commissione europea, pur senza ammetterlo apertamente, ha dovuto introdurre deroghe per consentire agli Stati membri di mantenere centrali fossili come riserva strategica.
È il riconoscimento implicito che la sicurezza energetica non può essere sacrificata sull’altare dell’ideologia.
In Italia il ministro Pichetto Fratin ha compreso questa lezione: non si tornerà al carbone, ma non si rinuncerà neppure alla possibilità di riaccendere le centrali in caso di emergenza. Una posizione di equilibrio, che tiene insieme sicurezza, pragmatismo e responsabilità.
Nel frattempo, l’Italia ha tutto per costruire un modello energetico nazionale.
Le grandi opere idroelettriche già presenti possono diventare la nostra prima difesa: con impianti fotovoltaici dedicati al ripompaggio dell’acqua in quota, il sole alimenta l’acqua e l’acqua genera energia pulita.
È un ciclo virtuoso, interamente italiano, che trasforma la natura in una batteria ecologica e sostenibile.
Accanto a questo, i BESS, i grandi sistemi di accumulo per fotovoltaico ed eolico, e il mini-idroelettrico possono completare una rete moderna e flessibile.
E sul lungo periodo, i mini-reattori modulari nucleari (SMR) dovranno diventare la spina dorsale della nostra sovranità energetica.
Questa è la direzione giusta: un’Europa che torna realista, un’Italia che torna protagonista. Perché la sostenibilità non nasce dai divieti, ma dalla libertà di innovare.
E perché – come ha ricordato Carlo Fidanza – “revocare il bando del 2035 non è un passo indietro, è un atto di lucidità politica per salvare un settore strategico, milioni di lavoratori e l’indipendenza industriale del nostro continente.”
È tempo che anche la politica europea smetta di inseguire slogan e torni a occuparsi della vita reale dei popoli e delle imprese.
L’Italia lo ha capito. E oggi, più che mai, può guidare il ritorno dell’Europa dalla propaganda alla produzione, dall’ideologia alla libertà, dalla dipendenza alla sovranità.
Francesco Carbone
