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03/02/2023
Economia Primo Piano

Lo sviluppo sostenibile: dall’idea agli obiettivi

Dallo sviluppo sostenibile agli obiettivi dell’Agenda 2030

La più celebre delle definizioni istituzionali di sviluppo sostenibile lo qualifica come un modello di sviluppo “che soddisfa i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Correva l’anno 1987 e il concetto era dibattuto per lo più in ambiti specialistici, ma il Rapporto Brundtland, dal nome del primo ministro olandese che ne coordinò la stesura, portò questo concetto all’attenzione della politica mondiale.

È un concetto relativamente intuitivo, ma di natura teorica. Infatti quando si cerchi di declinarlo in azioni riconoscibili, emergono molti dubbi. Dalla definizione di generazioni future, a quella di bisogni, a quella di soddisfacimento: tutti elementi necessari qualora si desideri mettere a punto dei criteri a cui allineare scelte di natura pubblica e privata.

Per fare solo un esempio, i bisogni tendono a evolvere nel tempo e generazioni differenti possono avere nozioni radicalmente diverse di cosa sia un bisogno essenziale (le cure mediche universali sono un bisogno? qual è il livello di istruzione minimo?), ma è anche importante decidere se un determinato livello di reddito possa sostituire la perdita di ambienti naturali o compensare un clima peggiore.

Di fatto, nonostante siano possibili interpretazioni diverse circa il modo di conseguirlo, il concetto di sviluppo sostenibile non è neutrale, ma “normativo” nel senso che porta con sé una certa visione del mondo e della giustizia, cioè di come dovrebbe essere strutturata una società giusta.

Riconoscere la natura idealistica dello sviluppo sostenibile, permette di tradurre gli ideali in obiettivi relativamente precisi: è in base a questo ragionamento che è stato possibile fissare gli obiettivi di sviluppo sostenibile attraverso l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Già in passato, le Nazioni Unite avevano lanciato un piccolo gruppo di obiettivi globali – chiamati “Millennium Development Goals” (MDG) – che intendevano ottenere sostanziali progressi in alcuni ambiti specifici: povertà estrema, educazione, uguaglianza di genere, mortalità infantile, sostenibilità ambientale, eccetera. In buona parte, questi obiettivi sono stati conseguiti, spianando la via a un impegno più ambizioso.

L’Agenda 2030 nasce da questa esperienza, ma resta radicalmente diversa perché ricerca una integrazione inedita tra molti più settori ritenuta essenziale per il conseguimento di una trasformazione complessiva della società e dell’economia.

L’Agenda 2030 e l’economia della ciambella

Ma cosa propone l’Agenda 2030? In estrema sintesi, lancia una sfida ai modelli economici prevalenti e intende modificarne i fondamenti classici, ponendo tre condizioni:

  1. Una di tipo etico-normativo: propone un modello di inclusione e giustizia per tutti,
  2. Una di tipo tecnico: richiede di rispettare una condizione di sostenibilità intergenerazionale,
  3. Una di tipo ecologico: richiede che le azioni intraprese assicurino la protezione del pianeta.

Gli obiettivi fissati nell’Agenda riguardano le tre sfere classiche della sostenibilità: economica, ecologica e sociale, ma ne rafforzano e affrontano in profondità, per la prima volta, le reciproche interrelazioni.

Secondo la ricercatrice britannica Kate Raworth, lo sviluppo sostenibile dovrebbe essere inteso come una “bussola” per il conseguimento del progresso umano attraverso la considerazione simultanea di dimensioni economiche, ecologiche e sociali. Questa intuizione confluisce in un modello economico noto come l’economia della ciambella.

Il modello osserva come l’economia focalizzata sul solo obiettivo della crescita dei redditi (o del PIL) abbia generato una serie di conseguenze indesiderate, specialmente in ambito sociale ed ecologico: condizioni di disuguaglianza anche marcata in molti Paesi e accelerazione della crisi ecologica.

Pertanto, il modello – in linea con la definizione prevalente di sostenibilità – si chiede se sia possibile soddisfare i bisogni di tutti, attraverso un uso responsabile e razionale delle risorse disponibili sul pianeta.

Gli elementi costitutivi dell’economia della ciambella di K. Raworth 

La “ciambella” a cui Kate Raworth fa riferimento è uno spazio di vita sostenibile, equo e sicuro per l’umanità ed è il risultato di un delicato equilibrio tra pressioni fisico-ecologiche planetarie dall’esterno e standard sociali minimi necessari per una vita di qualità all’interno. Le prime devono essere contenute, i secondi consolidati o migliorati, idealmente ampliando l’area della ciambella verso il suo centro e verso l’esterno. Tuttavia anche restare nella ciambella non è semplice in un mondo in cui le persone non hanno accesso a standard essenziali in termini di sicurezza alimentare, formazione, salute e via dicendo e al tempo stesso continuano a generare una pressione eccessiva sui sistemi biofisici che permettono la vita sulla terra, violando i limiti planetari, la cui compromissione è responsabile tra l’altro dei cambiamenti climatici e della crescente minaccia alla diversità biologica.

Le scelte da compiere nei prossimi 50 anni avranno conseguenze per altri 10.000. Si tratta, secondo la Raworth, di perseguire un bilanciamento tra standard sociali ed economici e pressioni biofisiche, invece di ricercare una crescita del reddito in sé.

Ma quali modelli economici e sociali permettono di riorientare i nostri obiettivi in questa direzione?

La dimensione economica dello sviluppo sostenibile.

Lo sviluppo sostenibile richiede modelli diversi da quelli che conosciamo ora, in grado di affrontare un contesto molto più incerto. L’Agenda 2030 propone un progresso economico continuo, che includa tutte le persone, e salvaguardi le risorse naturali, la vita e le generazioni future.

Più analiticamente, la lettura degli obiettivi suggerisce alcune regole di condotta per un’applicazione efficace dell’Agenda:

  1. Non usare le risorse naturali rinnovabili e non rinnovabili con l’intensità a cui siamo abituati oggi,
  2. Non lasciare che una quota della popolazione viva in condizioni di povertà,
  3. Non lasciare che le infrastrutture fisiche e digitali e i servizi finanziari siano accessibili solo a una parte della popolazione mondiale,
  4. Cambiare le modalità e gli stili di consumo e produzione, in modo da disaccoppiare la crescita economica e il progresso umano dall’uso di risorse naturali limitate,
  5. Fornire incentivi alle pratiche inclusive e sostenibili in tutti i campi dell’economia e della vita sociale e politica.

Una trasformazione economica e sociale di questa portata richiede la partecipazione dei cittadini, delle imprese, della società civile e delle istituzioni responsabili per le leggi e le politiche che interessano i settori in cui sia richiesto un cambiamento.

Nel processo gioca un ruolo centrale la pubblica amministrazione: i governi di ogni livello devono incentivare al cambiamento gli altri attori, specialmente privati, senza il cui impegno il cambiamento sarebbe impossibile. Le istituzioni dovranno favorire l’integrazione tra politiche settoriali diverse, promuovere politiche economiche e misure sociali e ambientali che facilitino la mobilitazione delle risorse necessarie da parte di una platea diversificata di soggetti pubblici e privati e compensino le inevitabili perdite e i maggiori costi legati alla transizione verso la sostenibilità.

In senso propriamente economico, ai governi si chiede di adottare politiche nazionali integrate che accelerino e sostengano una crescita economica solida e diversificata attraverso lo sviluppo di prodotti e servizi a elevato valore aggiunto; di sostenere gli investimenti in tecnologie e competenze che aumentino la produttività, generino occupazione e spazi di vita e di lavoro di qualità per tutti i segmenti della società; di realizzare infrastrutture fisiche e digitali che permettano un minor utilizzo di risorse nei processi produttivi e quindi minori emissioni di  CO2; di favorire la crescita dei redditi attraverso un modello di economia circolare, che minimizzi rifiuti ed emissioni; di incentivare investimenti pubblici e privati allineati con gli obiettivi dell’Agenda, coinvolgendo direttamente il settore privato e la finanza nelle azioni per trasformare l’economia e introducendo regole per ampliare l’orizzonte degli investimenti dal breve al lungo termine; infine si chiede ai governi di adottare sistemi statistici in grado di svolgere una misurazione del progresso sociale che renda visibili e trasparenti gli impatti e i costi che i sistemi di produzione e consumo comportano per l’ambiente e la società, e non solo la crescita del PIL nazionale.

Aver adottato obiettivi comuni chiari e validi in tutto il mondo permette di individuare e condividere casi concreti di politiche di successo nei settori pubblico e privato e di coinvolgere tutti i Paesi e le minoranze nel dibattito sul modello di sviluppo globale. Le Agenzie dell’ONU possono inoltre sostenere la transizione nei Paesi in via di sviluppo, dove vi sia maggiore bisogno di un supporto esterno qualificato, sia a livello tecnico sia finanziario.

Le radici del cambiamento

Per realizzare una trasformazione economica, le politiche strettamente economiche non bastano: occorre creare alcune minime condizioni al contorno, che vengono chiamate “entry points” o punti di ingresso rispetto al processo trasformativo che l’Agenda 2030 intende realizzare. Ne sono stati individuati otto:

  1. la qualità del lavoro, poiché occorre mirare a un’occupazione piena e a elevata produttività;
  2. la dotazione di beni pubblici in una società, cioè il complesso dei beni di interesse collettivo offerto in un Paese e costituito da infrastrutture fisiche, finanziarie, digitali ed ecologiche, sistemi normativi, standard di “governance” applicati alle organizzazioni pubbliche e private;
  3. gli ecosistemi, di cui occorre riconoscere il ruolo e il valore in tutte le aree del mondo, preservandone le funzioni e i servizi essenziali che essi forniscono alla società (dalla fornitura di acqua alla regolazione dei suoli a fronte di pericoli naturali come frane e alluvioni, alla qualità del paesaggio essenziale per la qualità della vita e del tempo libero delle persone);
  4. l’innovazione intesa come capacità di produrre beni e servizi a elevato valore aggiunto usando meno risorse e riutilizzare, riciclare o rinnovare prodotti e risorse spostandosi gradualmente verso un sistema di economia circolare, in cui la vita dei prodotti e dei materiali si prolunga quanto più possibile in modo da ridimensionare la domanda di materie prime e risorse naturali;
  5. le competenze e i diritti umani, intesi come possibilità per tutti di compiere le proprie scelte liberamente, sulla base di competenze e di opportunità accessibili a tutti, che permettano di vivere le proprie vite degnamente e nel rispetto delle libertà fondamentali della persona umana;
  6. le istituzioni di qualità, un concetto articolato che comprende la produzione normativa rapida e in linea con le sfide globali, incentivi a un’azione pubblica efficiente ed efficace a servizio del settore privato e della società civile e un sistema convincente che assicuri innovazione istituzionale mediante trasferimenti di conoscenza tra livelli amministrativi e uffici diversi;
  7. il riallineamento degli investimenti pubblici e privati dal breve al lungo periodo, da tempo molto comune nei mercati finanziari e di conseguenza in tutte le attività e i progetti che vengono sostenuti dal sistema bancario: di fronte a sfide globali che richiedono periodi lunghi per essere affrontate, investimenti finalizzati a generare rendimenti nel breve periodo per poter trovare un mercato risultano inefficaci. Occorrono regole e condizioni che siano di incentivo a un sistema che valorizzi la resilienza degli investimenti in alternativa alla ricerca del solo equilibrio di breve periodo, riallineando il sistema finanziario all’economia reale;
  8. la riforma delle imprese, che richiede l’introduzione a vantaggio delle imprese di incentivi a compiere scelte sostenibili e di interesse collettivo senza però rinunciare al proprio orientamento al profitto, ad esempio, l’introduzione di regimi fiscali agevolati, di standard per il reporting finanziario e di impatto sociale, o limitazioni all’uso della leva finanziaria per alcune tipologie di investimenti.

La conoscenza delle condizioni necessarie al cambiamento permette di scegliere la strada da seguire per conseguirlo.

Sono solide radici per un mondo diverso: dovremo imparare a occuparci anche della crescita.

Luca Cetara

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