In tempi in cui si discute – spesso in astratto – di transizione energetica, sostenibilità e resilienza infrastrutturale, c’è un’opera concreta che sintetizza meglio di qualunque manifesto cosa significa investire sul futuro.
Si chiama Tyrrhenian Link, e rappresenta oggi uno dei più rilevanti progetti europei per la trasmissione elettrica in corrente continua (HVDC).
Ma non è solo un elettrodotto. È un caso emblematico di politica industriale, di capacità progettuale e di visione a lungo termine.
L’infrastruttura, sviluppata da Terna, collegherà Sicilia, Campania e Sardegna attraverso due dorsali sottomarine e terrestri per circa 970 km, con una capacità di trasmissione di 1.000 MW per tratta.
Il cavo raggiungerà profondità mai tentate prima in un progetto di questo tipo: fino a 2.150 metri sotto il livello del mare, superando anche il primato precedentemente detenuto dal SAPEI, tra Sardegna e Lazio.
Un investimento da 3,7 miliardi che genera economia reale
Il valore complessivo dell’opera è di 3,7 miliardi di euro, di cui 500 milioni coperti dai fondi europei REPowerEU, a testimonianza dell’interesse strategico continentale verso un’infrastruttura che non serve solo all’Italia, ma rafforza anche la sicurezza della rete elettrica europea nel Mediterraneo. Ma è sul piano occupazionale ed economico che il Tyrrhenian Link merita attenzione.
La sua realizzazione coinvolge oltre 250 imprese italiane, tra general contractor, fornitori di componenti, studi tecnici e ditte locali impegnate nei lavori civili e nei trasporti speciali.
La costruzione delle stazioni di conversione a Eboli, Selargius e Termini Imerese ha già attivato cantieri che, nel pieno della loro attività, mobilitano migliaia di lavoratori, con ricadute dirette su comparti come l’edilizia, la logistica, i servizi ambientali e la manutenzione elettrica specializzata.
Siamo di fronte a un esempio virtuoso di come le grandi opere pubbliche, quando ben progettate e ben gestite, possano essere non solo infrastrutture, ma anche motori di economia circolare e generatori di valore sul territorio.
L’effetto leva sulla transizione energetica
Dal punto di vista tecnico, il Tyrrhenian Link risponde a una necessità sempre più pressante: adeguare la rete elettrica alla crescente presenza di fonti rinnovabili non programmabili.
Sicilia e Sardegna sono tra le aree italiane con maggiore potenziale eolico e fotovoltaico. Tuttavia, senza una rete solida capace di assorbire e redistribuire quei flussi, rischiamo di vanificare gli investimenti nel settore green.
Questa infrastruttura sarà quindi determinante per l’integrazione effettiva dell’energia rinnovabile nella rete nazionale, riducendo il fenomeno del “congestionamento di rete” e abilitando nuovi investimenti nel settore della generazione distribuita.
È, in sostanza, una condizione abilitante per il raggiungimento degli obiettivi del PNIEC e del Fit for 55.
Una lezione politica (senza proclami)
C’è anche una lezione politica da trarre, ma non ha a che fare con slogan o retoriche identitarie. Ha a che fare con la capacità di fare sistema tra istituzioni, operatori e territori.
Un’opera come questa non nasce per caso, ma è frutto di una programmazione pluriennale, di autorizzazioni complesse, di concertazioni ambientali, di ascolto delle comunità locali (ulivi ripiantati, posidonia monitorata, bonifiche ambientali, tutela archeologica).
E in un tempo in cui si parla tanto di green economy ma si fatica a realizzare le condizioni pratiche per sostenerla, il Tyrrhenian Link rappresenta una risposta concreta e misurabile.
Dimostra che sviluppo e tutela possono coesistere, che l’innovazione può creare lavoro stabile, e che l’Italia, quando agisce con metodo, può ancora segnare la rotta. In mare aperto, a bordo di una nave che si chiama Leonardo Da Vinci, sta accadendo qualcosa di grande.
Non solo per l’ingegneria, ma per l’idea stessa di Paese che vogliamo costruire.
Francesco Carbone
