14 Febbraio 2026
Massimo Maria Amorosini
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Geopolitica in frantumi

C’è stato un tempo, non così lontano, in cui ci illudevamo che l’ordine internazionale avesse fondamenti stabili, che le istituzioni create dopo la seconda guerra mondiale fossero una sorta di parapetto collettivo.

La NATO come ombrello militare, l’ONU come bussola diplomatica, il diritto internazionale come lingua comune capace di contenere gli eccessi dei singoli Stati. Un tempo, appunto.

Negli ultimi anni, però, qualcosa si è incrinato. Le certezze che credevamo granitiche hanno iniziato a scricchiolare, e gli avvenimenti più recenti, dall’Ucraina al Venezuela, sino alla sorprendente tensione in Groenlandia, sembrano indicare che l’assetto globale stia scivolando verso una nuova fase. Una fase meno governata dalle regole, ma sempre più dai rapporti di forza.

Ucraina: l’inizio del grande strappo

Quando, nel febbraio 2022, la Russia decise di invadere l’Ucraina, il mondo rimase sospeso.

L’Europa scoprì improvvisamente che la guerra convenzionale non era un capitolo di storia chiuso per sempre, e l’ONU apparve incapace di intervenire con efficacia.

La NATO si preoccupò e reagì, sì, ma entro i limiti di un equilibrio precario, fatto di aiuti militari e pressioni economiche più che di deterrenza assoluta.

Anche perché la Nato può intervenire a difesa solo nel caso di un attacco armato ad uno Stato alleato, condizione necessaria per fare immediatamente attivare l’articolo 5 del Trattato.

Da allora assistiamo a un conflitto che non ha solo devastato un Paese, ma ha messo in discussione l’intero impianto su cui pensavamo si reggesse la sicurezza internazionale.

Se un membro permanente del Consiglio di Sicurezza può calpestare le regole basilari del diritto internazionale senza conseguenze definitive, allora quelle regole sono davvero ancora valide?

Venezuela: la sovranità che si fa elastica

Poi è stata la volta del Venezuela, con un’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e alla rapida ridefinizione degli equilibri politici e territoriali del Paese.

Un’azione che, al di là delle valutazioni politiche, ha mostrato quanto la sovranità degli Stati stia diventando un concetto elastico, interpretabile a seconda del contesto e, soprattutto, della forza in campo.

Per decenni gli Stati Uniti hanno mantenuto la loro influenza nel continente americano, ma raramente avevano spinto l’asticella così in alto da mettere in discussione l’esistenza stessa di un governo in carica senza un chiaro mandato internazionale. Il messaggio, neanche troppo implicito, è che quando gli equilibri globali cambiano, anche le vecchie prudenze possono saltare.

Groenlandia: quando l’alleanza non basta più

E poi c’è la Groenlandia. Un territorio remoto, ghiacciato, strategico. Formalmente parte del Regno di Danimarca, membro della NATO. Eppure, negli ultimi mesi, è diventato l’epicentro di una delle più sorprendenti tensioni geopolitiche del mondo occidentale.

È bastato che una potenza alleata ventilasse l’idea di acquisire, in parte o in toto, il territorio groenlandese, per aprire una crisi diplomatica inattesa.

Da un lato pressioni economiche e ritorsioni commerciali, dall’altro minacce di attivazione delle procedure difensive previste dall’Alleanza Atlantica.

L’Artico, ancora una volta, si conferma lo specchio perfetto di una geopolitica che non conosce vuoti. Dove c’è una risorsa strategica, là si crea la tensione, anche tra Stati teoricamente amici.

Se perfino all’interno della NATO emergono fratture di questa portata, quale affidabilità possiamo ancora attribuire al sistema di protezioni collettive che consideravamo intoccabile?

Un mondo in cui la forza torna al centro

Ucraina, Venezuela, Groenlandia, sono eventi molto diversi, in tre continenti, ma legati da un filo comune.

Tutti raccontano la stessa storia, ovvero che le regole internazionali non bastano più a garantire stabilità, deterrenza e rispetto reciproco.

La diplomazia multilaterale arranca. Le grandi organizzazioni appaiono lente, spesso impotenti, talvolta bypassate. Stiamo assistendo alla nascita di un mondo nel quale il diritto internazionale diventa un terreno negoziabile e la sovranità territoriale non è più considerata un confine sacro.

Ma ci rendiamo anche conto che alleanze e trattati valgono finché coincidono con l’interesse strategico dei singoli e che gli equilibri si costruiscono più con la potenza che con il dialogo.

Non è un ritorno puro e semplice alla logica ottocentesca delle sfere di influenza, ma certo è qualcosa che ci assomiglia pericolosamente.

La domanda inevitabile

E allora, quale sarà la regola dei prossimi anni?

Possiamo ancora parlare di ordine internazionale, o stiamo entrando in un’epoca in cui l’unica legge davvero efficace è quella del più forte? La domanda è scomoda, ma necessaria.

Perché solo riconoscendo che il mondo sta cambiando, spesso sotto i nostri occhi e nel silenzio delle istituzioni, possiamo provare a ridefinire nuove protezioni, nuove forme di cooperazione, nuove responsabilità globali.

Se non lo faremo, non potremo sorprenderci quando scopriremo che la risposta, non dichiarata ma evidente, sarà già arrivata: vince chi ha più forza, non chi ha più diritto.

Massimo Maria Amorosini

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