19 Luglio 2026
I NEET non sono un numero: sono il futuro che rischiamo di perdere
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I NEET non sono un numero: sono il futuro che rischiamo di perdere

Ci sono dati che fanno tirare un sospiro di sollievo e altri che, pur nella loro apparente positività, ci impongono di non abbassare la guardia.

Quelli sui NEET appartengono certamente a questa seconda categoria. Sapere che in dieci anni la percentuale dei giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione è passata dal 25,7% al 13,3% rappresenta senza dubbio una buona notizia.

Significa che il Paese ha recuperato terreno, che il mercato del lavoro ha ripreso a creare opportunità e che le politiche messe in campo, almeno in parte, hanno prodotto risultati concreti. Ma sarebbe un errore se ci fermassimo a valutare la positività di questo risultato, perché dietro quel 13,3% ci sono ancora centinaia di migliaia di giovani che vivono una condizione di sospensione.

Non sono semplicemente senza lavoro, spesso sono senza prospettive, senza una direzione chiara, senza qualcuno che li accompagni nel delicato passaggio verso l’età adulta.

Oltre lo stereotipo: la voglia di lavorare dei giovani

Una recente ricerca dell’INAPP ci consegna un messaggio importante, quello che il 60% dei giovani NEET cerca attivamente un lavoro. Questo dato ribalta uno stereotipo duro a morire, perché troppo spesso il termine NEET viene associato all’idea di ragazzi disinteressati, poco motivati o addirittura “sdraiati”.

La realtà è diversa. La maggioranza di questi giovani vuole lavorare, cerca un’occasione, prova a costruire il proprio futuro. Semplicemente, non riesce a trovare la porta giusta da cui entrare. È un elemento che dovrebbe orientare anche il dibattito pubblico.

Troppo spesso ci lasciamo andare a giudizi superficiali su una generazione accusata troppo facilmente di non avere voglia di fare, senza cercare di comprendere perché tanti ragazzi continuino a incontrare ostacoli nell’accesso a un’occupazione stabile e qualificata.

Il welfare familiare tra protezione e rischio di inattività

Viviamo in un Paese dove il welfare familiare continua a rappresentare il principale ammortizzatore sociale, quasi un giovane NEET su tre vive esclusivamente grazie al sostegno economico della propria famiglia e quasi quattro su dieci dichiarano di non avere alcuna fonte di reddito personale.

È un dato che racconta, ancora una volta, la straordinaria capacità delle famiglie italiane di proteggere figli e nipoti nei momenti di difficoltà. Ma questa forza può trasformarsi, paradossalmente, anche in una fragilità.

Quando il sostegno familiare diventa l’unica risposta, il rischio è che la permanenza nell’inattività si prolunghi senza che nessuno se ne accorga davvero. Il problema non esplode, ma si cronicizza. Si rimanda una scelta, si rinvia una ricerca, si accetta una precarietà che finisce per diventare normalità.

I divari territoriali e di genere nelle politiche pubbliche

Non meno preoccupante è il profilo di chi resta maggiormente escluso, e penso alle donne e a chi risiede nel Mezzogiorno.

Due realtà che si intrecciano con problemi strutturali del nostro Paese, come servizi insufficienti per la conciliazione tra lavoro e famiglia, salari spesso poco attrattivi, carenza di opportunità professionali qualificate e un tessuto produttivo che fatica a trattenere i giovani più preparati.

Ed è proprio qui che le politiche pubbliche dovrebbero concentrare gli sforzi, perché tra i NEET troviamo storie diverse: chi cerca il primo impiego, chi ha accumulato soltanto lavori precari, chi ha interrotto gli studi, chi deve assistere un familiare, chi convive con problemi di salute o di disagio sociale.

Pensare di affrontare tutto questo con strumenti uguali per tutti significa partire già sconfitti.

Le soluzioni necessarie

Occorrono percorsi personalizzati, servizi di orientamento realmente efficaci, un collegamento stabile tra scuola, università, formazione professionale e imprese.

Occorre valorizzare gli ITS, rafforzare le politiche attive del lavoro, investire nell’apprendistato, nella formazione continua e nell’accompagnamento delle transizioni professionali. Ma soprattutto occorre restituire fiducia.

Perché un giovane che perde fiducia nel proprio futuro non rappresenta soltanto un problema occupazionale.

È un capitale umano che rischia di andare disperso, una competenza che il Paese non utilizza, una famiglia che rinvia progetti di vita, un pezzo di crescita economica che non si realizza.

L’Italia sta vivendo una stagione caratterizzata da una progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa e da imprese che, sempre più spesso, denunciano difficoltà nel reperire personale qualificato.

Sarebbe una contraddizione imperdonabile lasciare ai margini proprio quei giovani che dichiarano di voler lavorare.

Massimo Maria Amorosini

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