Settembre ha sempre avuto per me qualcosa di particolare, perché oltre a segnare la fine dell’estate è, per certi versi, quasi un secondo gennaio.
Si torna negli uffici, riaprono le scuole, le aziende riprendono a pieno ritmo, ricominciano appuntamenti, riunioni e viaggi di lavoro.
Le città cambiano volto e le agende tornano rapidamente a riempirsi.
È il rito della ripartenza che conosciamo tutti.
Ma dietro questa immagine c’è qualcosa di più profondo: ogni mattina milioni di persone tornano a fare una cosa tanto normale da rischiare di diventare invisibile, lavorare. Basta uscire presto di casa per accorgersene.
Il rito quotidiano della ripartenza
C’è chi alza la serranda di un negozio, chi apre un’officina, chi entra in fabbrica, chi sale su un furgone, chi raggiunge un cantiere. C’è il professionista che accende il computer, l’artigiano che apre il laboratorio, il pendolare che prende il treno. E poi ci sono gli imprenditori, piccoli, medi o grandi, che prima ancora di preoccuparsi del proprio reddito devono pensare agli stipendi, agli ordini, alle scadenze, agli investimenti e al futuro dell’azienda e di chi ci lavora.
È un’Italia enorme, della quale parliamo ancora troppo poco. Quando raccontiamo il lavoro siamo inevitabilmente portati a farlo attraverso le statistiche: occupazione, PIL, produttività, costo del lavoro, salari, inflazione.
Oltre i numeri: le persone dietro le statistiche
Numeri sicuramente indispensabili per capire dove sta andando il Paese e valutare le politiche messe in campo dal Governo di turno, ma il rischio è dimenticare ciò che rappresentano.
Dietro ogni percentuale ci sono persone, famiglie, progetti e preoccupazioni.
C’è chi dipende da uno stipendio, chi ha investito i risparmi di una vita in un’attività, chi deve conquistarsi ogni giorno nuovi clienti, chi da lavoratore autonomo non sa quanto guadagnerà il mese successivo.
Ma il lavoro non è soltanto fatica, è anche indipendenza, dignità, realizzazione personale, possibilità di mettere a frutto ciò che sappiamo fare e partecipare alla vita della nostra comunità.
Dovremmo dunque tornare a considerarlo non soltanto come una voce dell’economia, ma come un vero valore sociale.
E per farlo dovremmo superare alcune contrapposizioni che considero poco utili, perché un imprenditore che crea posti di lavoro svolge anche una funzione sociale, così come un artigiano custodisce competenze e un commerciante che alza ogni mattina la serranda rende più vivo un territorio.
Ed ancora un professionista che continua a formarsi produce competenze mentre un lavoratore autonomo si assume quotidianamente dei rischi.
Allo stesso modo, un dipendente che svolge con serietà il proprio compito contribuisce alla crescita dell’impresa o della Pubblica Amministrazione per la quale lavora.
Lavoratori e imprenditori, dipendenti e autonomi, pubblico e privato hanno certamente esigenze differenti, ma una società cresce quando queste diverse componenti riescono a procedere nella stessa direzione.
Il ruolo dello Stato e il peso della burocrazia
Dobbiamo allora chiederci se facciamo abbastanza per chi vuole lavorare, produrre, investire e creare occupazione.
Chi ha avuto a che fare con un’attività economica conosce il peso della burocrazia, degli adempimenti e di norme che cambiano troppo frequentemente.
Chiedere semplicità non significa volere uno Stato assente, ma uno Stato presente dove serve e semplice dove può esserlo.
Uno Stato rigoroso con chi viola le regole ma capace di accompagnare chi investe, che favorisce la formazione, sostiene l’innovazione e permette ai giovani di trasformare un’idea in un progetto e un progetto in un lavoro.
Il mio lavoro di giornalista mi offre il privilegio di incontrare persone molto diverse e mi ha convinto che alcune delle storie più interessanti non siano necessariamente quelle dei personaggi più famosi.
Raccontare l’Italia che costruisce il futuro
Sono le storie di chi ha costruito qualcosa, di chi è caduto e ha ricominciato, di chi ha trasformato una passione in un’impresa, di chi continua a investire o ha scelto di restare nel proprio territorio.
È questa l’Italia che mi piacerebbe raccontassimo di più, per riconoscerci nelle nostre energie migliori. E allora, mentre settembre rimette in movimento l’Italia, guardiamoci intorno con maggiore attenzione. Dietro una serranda che si alza c’è qualcuno che ha deciso di provarci ancora.
Dietro la luce che si accende in un ufficio c’è una nuova giornata che comincia. Dietro un macchinario che riparte ci sono un’impresa, dei lavoratori e delle famiglie.
Sono gesti talmente normali che abbiamo quasi smesso di notarli, ma è grazie alla somma di milioni di questi piccoli gesti che il Paese continua ad andare avanti.
Forse settembre può servire anche a questo, a riscoprire il valore delle cose apparentemente normali. Prima delle grandi strategie, dei programmi, delle dichiarazioni e delle promesse, ogni mattina in migliaia di città e di piccoli paesi italiani accade qualcosa di molto più semplice.
Una chiave gira, una luce si accende, una serranda si alza. E l’Italia ricomincia a lavorare, grazie a persone che hanno scelto, ancora una volta, di rimettersi in gioco.
Massimo Maria Amorosini
