Da anni il tema del Trattamento di Fine Servizio (TFS) dei dipendenti pubblici è diventato il terreno di una contraddizione tutta italiana. Una contraddizione che, come spesso accade, nasce da esigenze di finanza pubblica ma finisce per scaricare sui cittadini – in questo caso sui lavoratori dello Stato – il prezzo dell’inefficienza.
Il differimento dell’erogazione del TFS, introdotto per ragioni di cassa, è ormai un meccanismo talmente radicato da sembrare normale.
Ma normale non è. Perché non lo è negare a un lavoratore ciò che gli spetta nel momento stesso in cui termina il servizio. E non lo è costringerlo ad attendere mesi, spesso anni, per somme maturate in decenni di lavoro.
Ancora più assurdo è il fatto che, superate determinate soglie, l’importo venga addirittura spezzettato in più tranche, come se fosse un favore da concedere e non un diritto da riconoscere.
In questo quadro surreale, si inseriscono alcune affermazioni contenute negli atti difensivi dell’INPS che sfiorano l’incredibile. In più passaggi, l’Istituto lascia intendere che il differimento sarebbe giustificato dalla “tendenza dei pensionati a spendere subito le somme”, come se i dipendenti pubblici non fossero in grado di gestire in modo responsabile la propria liquidazione.
Una tesi che non soltanto offende l’intelligenza di milioni di lavoratori, ma rivela una visione paternalistica e distorta del rapporto tra Stato e cittadini.
È paradossale, infatti, che lo Stato – datore di lavoro e debitore – si arroghi il diritto di trattenere per anni ciò che deve, con il pretesto di “proteggere” i lavoratori da loro stessi.
Come se chi ha servito la Repubblica per trent’anni, e più, non avesse la maturità per amministrare il proprio denaro.
Come se il cittadino fosse un soggetto immaturo, un minore da sorvegliare.
Nel frattempo, quello stesso Stato non si fa alcun problema a utilizzare quelle risorse per esigenze di bilancio: un comportamento che in qualunque altro rapporto di lavoro privato verrebbe definito senza mezzi termini inammissibile.
Il ritardo del TFS non è soltanto una questione amministrativa: è un danno economico diretto.
Perché quei soldi – spesso 50, 80, 100 mila euro – restano fermi nelle casse pubbliche mentre chi li ha maturati deve rinviare progetti, investimenti, spese familiari, cure mediche, mutui da chiudere. Per molti, è un diritto sospeso che incide sulla qualità della vita. Per tutti, è la dimostrazione di come lo Stato sia diventato, negli anni, un debitore inaffidabile.
Ma c’è un danno ancora più grave: quello simbolico.
Trattenere il TFS significa dire ai lavoratori pubblici: “Non ci fidiamo di voi. Non sapete gestire ciò che è vostro.”
Una dichiarazione che calpesta professionalità, dignità, esperienza. E che, se non fosse reale, sembrerebbe satireggiare il peggior burocratese paternalista.
È tempo che il legislatore ponga fine a questa distorsione.
Il TFS deve essere pagato subito, integralmente, senza dilazioni artificiose. Se la finanza pubblica non regge l’impatto, il problema non può e non deve ricadere sull’anello più debole: i lavoratori al momento della pensione.
Occorre restituire certezza del diritto, rispetto per chi ha servito lo Stato e soprattutto fiducia nelle persone, perché non può esistere una Repubblica che diffida dei propri cittadini mentre chiede loro fedeltà, dedizione e responsabilità.
Non c’è “spesa impulsiva” che tenga: il TFS non è un premio, è un credito.
Ed è un credito che va pagato. Subito.
Massimo Maria Amorosini
