C’è una domanda molto semplice che dovremmo avere il coraggio di porci: quanto vale oggi il lavoro di una persona? Nella mia vita professionale ho avuto la possibilità di conoscere il mondo del lavoro da prospettive diverse, ricoprendo ruoli di responsabilità prima nella rappresentanza sindacale e poi in quella datoriale.
Mi sono seduto da entrambe le parti del tavolo, e questa esperienza mi ha insegnato che, quando si parla di lavoro, le contrapposizioni troppo semplici quasi mai aiutano a trovare buone soluzioni.
Ho conosciuto le ragioni dei lavoratori, il bisogno di una retribuzione adeguata, la richiesta di sicurezza e di riconoscimento professionale.
Ma ho conosciuto anche le difficoltà di chi fa impresa, deve far quadrare i conti, affrontare il costo del lavoro, competere sui mercati e trovare ogni mese le risorse per pagare gli stipendi.
È anche per questo che oggi, quando parliamo di salario giusto, credo dovremmo evitare di trasformare un tema così importante nell’ennesimo terreno di scontro ideologico.
La questione non è scegliere tra lavoratori e imprese, la vera sfida è costruire le condizioni perché il lavoro possa essere pagato meglio e le imprese possano continuare a crescere, investire e creare occupazione.
Buste paga e bilanci aziendali: la ricerca di un equilibrio necessario
Perché dietro ogni stipendio ci sono un affitto o un mutuo, le bollette, la spesa, i figli, un’automobile da mantenere, qualche giorno di vacanza e, possibilmente, qualcosa da mettere da parte.
C’è, soprattutto, la possibilità di costruire il proprio futuro senza vivere ogni fine del mese come una corsa a ostacoli. Ma dietro ogni busta paga c’è anche un’impresa che deve essere in grado di sostenerne il costo. Il salario giusto nasce dall’equilibrio tra queste due realtà.
Per molti anni abbiamo pensato che il problema principale fosse creare occupazione, ed era certamente così, ma oggi dobbiamo chiederci anche quale occupazione.
Avere un lavoro non sempre garantisce una condizione economica adeguata, basti pensare a quanti lavoratori, pur avendo un’occupazione, incontrano difficoltà nel sostenere le normali spese familiari. E quando questo accade qualcosa nel meccanismo economico e sociale non sta funzionando come dovrebbe.
I giovani e la fuga all’estero: l’urgenza di investire sulle competenze
Il lavoro non può essere soltanto una statistica sull’occupazione, deve essere autonomia, dignità, possibilità di programmare la propria vita. Principio questo che riguarda soprattutto i giovani, a cui chiediamo di studiare, specializzarsi, acquisire competenze, essere disponibili a cambiare città e spesso Paese.
Ma poi dobbiamo essere capaci di offrire condizioni che rendano possibile diventare indipendenti, trovare una casa, costruire una famiglia.
Se non riusciamo in questo, formiamo una generazione sempre più qualificata e poi ci sorprendiamo quando decide di cercare altrove il riconoscimento economico e professionale che non trova in Italia.
Oltre il salario minimo: gli strumenti per far crescere davvero gli stipendi
Da troppo tempo il dibattito politico, con posizioni differenti, tende inevitabilmente a concentrarsi sul salario minimo, ma la mia esperienza nelle relazioni industriali mi porta a diffidare delle soluzioni che pretendono di risolvere problemi complessi attraverso un solo strumento. Il tema dei salari italiani è molto più ampio, significa parlare di contrattazione collettiva, di contratti pirata, di produttività, di formazione, di costo del lavoro, di tassazione e di partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa.
E significa affrontare una delle anomalie che tanto il lavoratore quanto l’imprenditore conoscono benissimo: la distanza tra quanto il lavoro costa all’azienda e quanto effettivamente arriva nella busta paga.
Su questo terreno gli interessi di lavoratori e imprese possono essere molto più vicini di quanto spesso raccontiamo.
Negli ultimi anni la riduzione del cuneo fiscale è diventata uno degli strumenti utilizzati per aumentare il reddito disponibile dei lavoratori, aumentando ciò che il lavoratore porta a casa senza trasferire automaticamente l’intero costo sull’impresa. Un’impresa deve poter riconoscere cento euro in più a un dipendente sapendo che una parte significativa di quella somma arriverà davvero al lavoratore, e il lavoratore deve poter vedere nella propria busta paga il risultato concreto della crescita dell’azienda e della propria professionalità.
Qui si incontrano due esigenze che non sono contrapposte, avere salari più alti e imprese più competitive.
Un’impresa che cresce, investe, innova ed esporta può creare lavoro migliore e meglio retribuito, così come lavoratori preparati, motivati e adeguatamente valorizzati contribuiscono alla crescita dell’impresa.
Merito, welfare e secondo livello: come condividere la crescita dell’impresa
Dobbiamo anche avere il coraggio di parlare di merito, e non scandalizzarci se si afferma che salario giusto non significa che tutti debbano guadagnare allo stesso modo, ma garantire condizioni dignitose e, contemporaneamente, creare meccanismi capaci di riconoscere competenze, responsabilità, risultati e crescita professionale.
Per questo scopo la contrattazione di secondo livello può avere un ruolo importante, perché premi di produttività, welfare aziendale, partecipazione agli utili e forme di coinvolgimento dei lavoratori nei risultati dell’impresa possono contribuire a costruire un modello nel quale la crescita viene condivisa.
Se l’azienda va meglio, è giusto creare le condizioni perché anche chi ha contribuito a quel risultato possa beneficiarne.
C’è infine una convinzione che porto con me dopo tanti anni trascorsi nel mondo della rappresentanza: abbiamo bisogno di tornare a credere nelle relazioni industriali.
Sindacati e associazioni datoriali non devono essere necessariamente avversari ma, nel rispetto di interessi diversi e attraverso la contrattazione e il confronto, raggiungere l’interesse comune di avere imprese solide, occupazione in crescita e lavoro qualificato e adeguatamente retribuito.
Quando le parti sociali riescono a costruire accordi invece di limitarsi a difendere le proprie posizioni di partenza, spesso nascono soluzioni migliori di quelle immaginate nei dibattiti astratti.
Ridare valore al salario per ridare dignità al futuro del Paese
L’ho visto da entrambe le parti del tavolo, ed è forse questa la lezione che considero più importante. Nello scorso numero de L’Esodo abbiamo raccontato il Paese che ogni mattina alza la serranda. Quell’Italia esiste davvero, è fatta di imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, dipendenti e lavoratori autonomi che ogni giorno producono ricchezza spesso lontano dai riflettori.
Ora dobbiamo compiere un passo ulteriore, e fare in modo che il lavoro torni a essere non soltanto il mezzo attraverso il quale vivere, ma lo strumento attraverso il quale migliorare la propria vita.
Dopo aver conosciuto per tanti anni le ragioni del lavoro e quelle dell’impresa, sono sempre più convinto che il futuro non si costruisca contrapponendole ma facendo crescere insieme salari, produttività, competenze e imprese. Il salario giusto, allora, non è soltanto una cifra scritta in un contratto.
È il punto di equilibrio tra dignità del lavoratore e sostenibilità dell’impresa, tra ciò che produciamo e il modo in cui distribuiamo il valore prodotto.
E forse è proprio questa la sfida che abbiamo davanti, quella di costruire un Paese nel quale chi lavora, si forma, cresce professionalmente e contribuisce alla crescita della propria impresa possa vedere riconosciuto, anche economicamente, il valore del proprio impegno.
Perché ridare valore al salario significa, prima di tutto, ridare valore al lavoro.
Massimo Maria Amorosini
