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6 Giugno 2026
Massimo Maria Amorosini
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Il tennis, il calcio e il bisogno di ritrovare i valori

C’è qualcosa che sta cambiando nello sport italiano. Un cambiamento silenzioso ma evidente, che non si misura soltanto nei dati di ascolto o nel numero crescente di ragazzi che impugnano una racchetta invece di rincorrere un pallone.

È un cambiamento culturale, forse persino educativo.

Sempre più italiani stanno guardando al tennis con entusiasmo, partecipazione e ammirazione, mentre il calcio – pur restando lo sport più popolare – sembra aver perso parte di quella capacità di rappresentare un modello positivo per le nuove generazioni.

Non è solo una questione di risultati sportivi.

Certo, il tennis italiano sta vivendo una stagione straordinaria grazie a campioni come Jannik Sinner, Flavio Cobolli, Lorenzo Musetti, Matteo Berrettini, giusto per citarne solo alcuni, ragazzi che hanno riportato il nostro Paese ai vertici mondiali.

Ma ciò che colpisce davvero non è soltanto il talento. È l’atteggiamento.

Vediamo giovani sportivi educati, rispettosi, capaci di parlare con misura anche dopo una vittoria importante o una sconfitta dolorosa.

Atleti che trasmettono il valore del sacrificio, della disciplina, della preparazione mentale, della costanza. Ragazzi che sembrano aver capito che il successo non autorizza l’arroganza, ma richiede ancora più equilibrio. E forse è proprio questo che oggi conquista gli italiani: la normalità.

In un tempo spesso dominato dagli eccessi, dagli insulti sui social, dalla ricerca continua della provocazione, il tennis appare come uno spazio nel quale contano ancora il rispetto dell’avversario, il silenzio durante il gioco, la concentrazione, il merito.

Valori semplici ma profondi, che finiscono inevitabilmente per diventare anche valori educativi.

Dall’altra parte, invece, il calcio sembra sempre più spesso prigioniero di un’immagine deteriorata.

Non mancano naturalmente esempi positivi, professionisti seri e atleti straordinari, ma troppo frequentemente il racconto che arriva ai giovani è fatto di proteste plateali, simulazioni, polemiche continue, stipendi fuori misura, atteggiamenti sopra le righe e modelli comportamentali discutibili.

In molti casi il calciatore sembra aver smarrito il ruolo di esempio sociale che un tempo accompagnava naturalmente chi indossava una maglia importante.

Il problema non è il calcio in sé. Il calcio resta uno sport meraviglioso, capace di unire generazioni, territori e passioni.

Il problema nasce quando lo spettacolo prende il posto dell’educazione e l’ego prevale sul senso del gruppo.

Quando il talento smette di essere accompagnato dall’umiltà. Quando i giovani vedono più arroganza che rispetto. Ed è qui che il tennis, quasi senza volerlo, sta diventando qualcosa di più di uno sport.

Sta diventando un simbolo di un’Italia che prova a recuperare sé stessa. Un’Italia che sente il bisogno di tornare a parlare di impegno, educazione, stile, correttezza.

Un Paese che forse è stanco degli urlatori e ricomincia ad apprezzare chi lascia parlare i fatti, il lavoro e i risultati. Lo sport, in fondo, non è mai soltanto sport.

È linguaggio sociale, modello culturale, strumento educativo.

I ragazzi crescono osservando i campioni, imitandone i gesti, il linguaggio, gli atteggiamenti. Ecco perché diventa fondamentale il tipo di messaggio che lo sport trasmette.

Se oggi tanti giovani guardano con ammirazione il tennis, non è soltanto per una classifica ATP o per una finale vinta.

È perché in quei volti vedono compostezza, educazione e determinazione.

Vedono atleti che sembrano ricordarci che si può arrivare in alto senza perdere il rispetto degli altri.

Forse l’Italia sta davvero riscoprendo il valore dei buoni esempi.

E forse, proprio attraverso lo sport, sta cercando di insegnare nuovamente alle nuove generazioni che il successo più grande non è vincere a tutti i costi, ma riuscire a farlo restando persone perbene.

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