Il trionfo di Jannik Sinner a Wimbledon resterà scolpito nella storia dello sport italiano.
Un ragazzo altoatesino, cresciuto tra le nevi e i silenzi delle montagne, è riuscito a conquistare il torneo più prestigioso del tennis mondiale con grazia, umiltà e una forza interiore fuori dal comune.
In un Paese normale, un simile successo sarebbe stato salutato con orgoglio e gratitudine collettiva. In Italia, purtroppo, non è andata del tutto così.
Accanto all’ovvia ammirazione di milioni di tifosi, si è sollevata anche un’ondata sorda e strisciante di antipatia.
C’è chi lo accusa di essere freddo, chi lo critica per il suo carattere riservato, chi perfino insinua che non “rappresenti” l’Italia.
Ma sotto queste parole si nasconde un atteggiamento più profondo, e decisamente più preoccupante: la nostra fatica a riconoscere, senza invidia, il successo degli altri.
Siamo un popolo brillante, creativo, appassionato. Ma troppo spesso diventiamo anche velenosi spettatori del talento altrui.
Quando qualcuno emerge, eccelle, vince – che sia nello sport, nell’imprenditoria, nella politica o nelle arti – invece di prenderlo a esempio, lo prendiamo di mira. Invece di chiederci come ha fatto a riuscire, ci chiediamo come possiamo ridimensionarlo.
È un malcostume antico, che affonda le sue radici in una cultura che ancora fatica a premiare il merito. In un Paese dove spesso “essere notati” è un rischio, e “farsi valere” può trasformarsi in una colpa sociale.
Anziché riconoscere che con dedizione, ingegno, sudore – e sì, anche passione – qualcuno può avere la marcia in più, preferiamo insinuare che “avrà avuto delle scorciatoie”. È più facile sminuire che migliorarsi.
Più comodo giudicare che imitare. Il caso Sinner è solo l’ultima dimostrazione. Ma la lista è lunga. Imprenditori di successo tacciati di fortuna. Politici onesti considerati “ingenui”. Artisti originali accusati di presunzione. Chi ce la fa, in Italia, spesso è costretto a farlo contro il vento, più che col vento in poppa.
Eppure, se vogliamo davvero costruire “una Italia migliore”, dobbiamo partire da qui: dall’educazione al rispetto del talento. Dalla capacità di gioire per le vittorie degli altri come fossero, in parte, anche nostre.
Perché lo sono: quando un italiano vince, se lo ha fatto con mezzi leciti, preparazione e tenacia, quella vittoria parla anche di noi, delle nostre possibilità, della nostra identità nazionale.
Impariamo a dire “bravo” senza rancore. A riconoscere il merito senza gelosia.
A festeggiare chi ce la fa come stimolo, non come minaccia.
È il momento di uscire dal provincialismo dell’invidia e abbracciare la civiltà del riconoscimento.
Ne va del nostro futuro. E anche della nostra dignità collettiva.
Massimo Maria Amorosini
