6.5 C
Roma
22 Aprile 2026
Editoriale

La follia travestita da tifo

C’è qualcosa di profondamente malato nel modo in cui una parte del nostro Paese vive lo sport.

Una malattia che non ha nulla a che vedere con la passione, con la fede sportiva, con il sano tifo che dovrebbe animare le curve e colorare gli stadi.

È una follia comportamentale, un virus sociale che trasforma uomini e ragazzi in bestie feroci, pronti a distruggere, vandalizzare, ferire e persino uccidere in nome di una squadra, di un colore, di un pseudo tifo che nulla ha a che fare con lo sport.

Troppo spesso, le cronache del giorno dopo raccontano di scontri, di agguati, di violenze cieche consumate fuori dagli stadi, nelle stazioni, nei parcheggi.

Scene di guerra, non di sport. E non si tratta di risse occasionali tra facinorosi: parliamo di veri e propri atti criminali, di organizzazioni che si muovono come branchi, mascherando la propria codardia dietro la forza del gruppo.

L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha superato ogni limite: un pullman che riportava a casa i tifosi di una squadra di basket di A2 di Pistoia, è stato assalito a sassate solo perché “colpevole” di aver vinto una partita in trasferta contro la squadra rietina che la ospitava.

Una sassata — una sola — ha ucciso un uomo innocente, uno dei due autisti del mezzo. Una vita spezzata per niente, per la miseria di un gesto insensato, vile, disumano.

È ora di smettere di chiamarli “tifosi”. Non sono tifosi, non lo sono mai stati.

Sono delinquenti, criminali travestiti da appassionati di sport, che si nutrono di odio, di rancore e di frustrazione.

Non appartengono al mondo dello sport, ma a quello della violenza, e come tali devono essere trattati. Lo sport è competizione, ma anche rispetto, lealtà, incontro.

È il luogo dove si impara a vincere e a perdere, a misurarsi con sé stessi e con gli altri.

Non può e non deve diventare il pretesto per scatenare rabbie e istinti primitivi. Servono regole più dure, controlli più efficaci, ma soprattutto serve una presa di coscienza collettiva: dalle società sportive alle istituzioni, dai media alle famiglie.

Perché il tifo malato nasce spesso nell’indifferenza, cresce nel silenzio e esplode nella complicità di chi “giustifica”, di chi “minimizza”, di chi pensa che in fondo “sono ragazzi”.

No, non lo sono: sono adulti che scelgono la violenza come linguaggio, e che devono essere fermati. Una società civile si riconosce anche da come difende la bellezza dello sport.

E lo sport — quello vero — non uccide.

Articoli Correlati

Editoriale n°22 – Settembre 2022

Massimo Maria Amorosini

Editoriale n°39 – Febbraio 2024

Massimo Maria Amorosini

Tradizione e innovazione: il doppio motore dell’identità imprenditoriale italiana

Massimo Maria Amorosini