Ci sono storture che, a furia di durare nel tempo, finiscono quasi per essere accettate come inevitabili. Una di queste è la differenziazione territoriale delle tariffe RC auto e moto: un meccanismo che continua a produrre disuguaglianza, ingiustizia e, alla lunga, perfino illegalità.
In base al luogo di residenza, milioni di cittadini italiani pagano premi assicurativi enormemente più alti rispetto ad altri, indipendentemente dal proprio comportamento individuale.
A Napoli o Caserta una polizza può costare il doppio – se non il triplo – di quanto si pagherebbe a Trento o Aosta.
E questo anche se il contraente, nella sua intera vita di automobilista o motociclista, non ha mai causato un incidente né pesato in alcun modo sul bilancio delle compagnie.
Questa logica territoriale non premia la prudenza, non riconosce la responsabilità personale, non incentiva la virtù.
Semplicemente discrimina: divide l’Italia in zone “rosse” e zone “bianche”, trasformando il codice di avviamento postale in una condanna economica.
È una forma di penalizzazione collettiva che stride con i principi fondamentali della nostra Costituzione e che, a ben vedere, tradisce la missione stessa dell’assicurazione: garantire protezione sulla base del rischio reale, non di pregiudizi geografici.
Ma c’è di più. L’ingiustizia tariffaria non si limita a impoverire famiglie e giovani che già faticano a sostenere i costi di auto e moto. Genera effetti socialmente pericolosi.
I premi spropositati spingono sempre più persone a circolare senza assicurazione, una pratica illegale ma che nasce da un mix di disperazione economica e percezione di essere vittime di un sistema iniquo.
Le conseguenze sono gravi: cresce il numero di veicoli non assicurati e, con esso, il rischio per chi subisce incidenti di non vedere riconosciute le proprie tutele.
In altre parole, un sistema pensato per proteggere finisce col minare la sicurezza di tutti. È difficile non vedere in questo paradosso la misura di un fallimento collettivo.
Lo Stato e le istituzioni hanno chiuso gli occhi troppo a lungo, lasciando che il peso di una gestione inefficiente e di statistiche aggregate ricadesse su intere comunità.
Le compagnie assicurative, dal canto loro, hanno preferito la scorciatoia del territorio piuttosto che investire in strumenti più equi e personalizzati, come l’analisi dei comportamenti individuali, le black box, la premialità per chi guida senza sinistri.
È ora di dire basta a questa discriminazione silenziosa.
L’Italia ha bisogno di un sistema assicurativo che metta al centro la persona e il suo percorso di guida, non il quartiere in cui abita.
Che sappia riconoscere e premiare i comportamenti virtuosi, senza trasformare la residenza in un marchio di colpa.
Giustizia, equità e legalità non sono parole vuote: devono tornare a essere i pilastri di un settore che oggi rischia di amplificare le divisioni del Paese invece di contribuire a superarle.
Continuare a tollerare questa stortura significa legittimare un’Italia a due velocità, fatta di cittadini di serie A e di serie B.
E se vogliamo davvero costruire un’Italia più giusta, non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo davanti a questa evidente disparità. Perché l’uguaglianza davanti alla legge – e davanti a una polizza assicurativa – non è un privilegio da conquistare: è un diritto da difendere.
