Autonomia differenziata ecco le pre-intese che cambiano davvero la partita
La scena politica sembra muoversi sottotraccia, ma ciò che sta accadendo tra Governo e Regioni potrebbe ridisegnare gli equilibri dello Stato molto più di tante riforme annunciate negli ultimi anni. Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria hanno firmato le loro pre-intese con l’Esecutivo e hanno dato il via a una nuova fase nel percorso dell’autonomia differenziata.
Non siamo ancora alle intese definitive così come previste dall’articolo 116 della Costituzione, ma questi testi – formalizzati e sottoscritti – hanno impegnato le parti a concludere entro il 2025 i negoziati sulle materie non collegate ai LEP.
Per la prima volta da vent’anni, l’autonomia differenziata abbandona la dimensione teorica ed entra in una fase realmente operativa.
Le quattro Regioni hanno scelto un approccio comune, chiedendo il trasferimento di funzioni su protezione civile, professioni, previdenza complementare, commercio con l’estero e rapporti internazionali. Sono ambiti tecnici ma strategici, soprattutto perché consentono di avanzare senza attendere la definizione dei LEP che da anni rallenta o paralizza ogni tentativo di riforma.
La legge 86/2024 introduce infatti vincoli stringenti e la Corte costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, ha chiarito che l’autonomia è possibile solo se riguarda funzioni specifiche, sorrette da un’istruttoria adeguata e dal rispetto del principio di equità territoriale.
Tutti i documenti regionali recepiscono questa impostazione in modo quasi speculare.
Sul piano politico, la scelta delle Regioni di procedere insieme rappresenta un segnale forte. Presentarsi come un fronte negoziale compatto significa evitare percorsi differenziati, ridurre il rischio di trattative asimmetriche e aumentare il peso specifico del blocco territoriale nelle interlocuzioni con Roma.
Il Governo, dal canto suo, ha la necessità di mantenere un equilibrio delicato e cioè riconoscere maggiore autonomia senza mettere in discussione l’unità e l’indivisibilità della Repubblica. Non sorprende, quindi, che le pre-intese richiamino costantemente l’articolo 5 della Costituzione e ribadiscano la necessità della leale collaborazione come architrave dell’intero percorso.
Il grande assente, in questa prima fase, è il tema dei LEP. Senza livelli essenziali delle prestazioni definiti, non è possibile trasferire competenze in settori come sanità, istruzione o welfare.
Il Rapporto del CLEP, documento molto tecnico ma politicamente decisivo, evidenzia la difficoltà di individuare costi standard, fabbisogni reali e parametri univoci per garantire gli stessi diritti in ogni parte del Paese.
È proprio qui che si inserisce il nodo del superamento della “spesa storica”, uno dei passaggi più delicati dell’intero processo. Finché la ripartizione delle risorse continuerà a basarsi su quanto i territori hanno speso in passato – e non su ciò che dovrebbero spendere per garantire servizi adeguati – ogni riforma rischia di cristallizzare i divari invece di ridurli.
L’autonomia differenziata può funzionare solo se il Paese completa la transizione verso un sistema fondato su fabbisogni e costi standard, abbandonando definitivamente un criterio che negli anni ha favorito i territori più forti e penalizzato quelli con minore capacità amministrativa o minori investimenti storici.
Proprio questa complessità ha spinto Regioni e Governo ad adottare un approccio graduale, partendo da ciò che è possibile trasferire senza compromettere l’uniformità dei diritti fondamentali. Resta tuttavia aperta la questione su come e quando il Paese riuscirà a definire i LEP. Senza quel passaggio, la riforma rischia di evolvere in modo disomogeneo e di creare una geografia amministrativa a “macchia di leopardo”, con territori che avanzano e altri che restano bloccati.
La sfida più grande, però, non è giuridica ma gestionale. Portare nuove funzioni nelle amministrazioni regionali significa ripensare processi, rafforzare competenze, consolidare infrastrutture digitali e assicurare coordinamento con lo Stato.
La protezione civile è l’esempio più evidente: non basta attribuire poteri di ordinanza o funzioni di pianificazione, serve garantire che le strutture operative siano pronte, che i sistemi informativi dialoghino tra loro e che l’intero ciclo della prevenzione sia integrato tra livelli diversi di governo.
Anche la gestione delle professioni presenta complessità rilevanti, perché intreccia normative nazionali, competenze regionali e responsabilità delle amministrazioni centrali e, senza attenzioni specifiche, potrebbe produrre trattamenti disomogenei e squilibri in termini di formazione, livelli previdenziali, accesso o remunerazione professionale.
L’autonomia differenziata richiede quindi una pubblica amministrazione capace di misurare le proprie performance, monitorare i risultati, correggere gli errori e garantire che l’ampliamento delle competenze si traduca in un reale miglioramento dei servizi.
Senza una forte capacità amministrativa, il rischio è di trasferire funzioni senza trasferire efficienza, generando rallentamenti e disallineamenti tra territori più strutturati e territori che dispongono di risorse limitate.
Le opportunità sono evidenti. L’autonomia può rendere le politiche pubbliche più vicine ai bisogni dei territori, ridurre i tempi decisionali, rafforzare la responsabilizzazione dei governi regionali e spingere verso una modernizzazione amministrativa che l’Italia attende da molti anni.
Gli ostacoli, però, non sono meno concreti, infatti la riforma potrebbe ampliare i divari territoriali se non accompagnata da un sistema di perequazione efficace, rimanere sospesa se i LEP non verranno definiti e generare ritardi se le amministrazioni non saranno pronte a gestire le nuove competenze con strumenti adeguati.
La firma delle pre-intese non chiude la questione, ma piuttosto, la apre. Porta la discussione su un terreno operativo, superando anni di annunci e scontri ideologici.
Le pre-intese segnano un cambio di passo e costituiscono un atto politico, un metodo negoziale e un banco di prova istituzionale. L’autonomia differenziata del 2025 non è uno strappo tra territori, ma una prova di ingegneria istituzionale che richiede rigore, trasparenza e capacità organizzativa.
Il successo o il fallimento di questo percorso dipenderà dalla capacità di tenere insieme tre dimensioni: l’equilibrio politico, l’equità istituzionale e l’efficienza gestionale e solo se queste tre componenti rimarranno allineate, l’autonomia potrà trasformarsi da slogan divisivo a leva concreta per modernizzare il sistema pubblico e migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Michela Toussan
