-4 C
Roma
13 Marzo 2026
Crisi di una democrazia senza partiti
PoliticaPrimo Piano

Crisi di una democrazia senza partiti

Il noto scrittore Aldo Cazzullo, editorialista del “Corriere della Sera”, qualche mese fa, rispondendo ad alcuni lettori sull’arresto del dittatore del Venezuela Nicolás Maduro, ha concluso affermando: “… la realtà è che la democrazia è in ritirata in mezzo mondo”.

Quanta verità in così poche parole.

Vi sono frasi che, nella loro apparente semplicità, condensano un intero clima storico.

Dire che la democrazia è in ritirata in mezzo mondo significa fotografare un movimento lento ma costante: non un crollo, più o meno prevedibile in un certo lasso di tempo, bensì un’erosione silenziosa.

L’erosione silenziosa della democrazia moderna

Il “flash” di Cazzullo non ha fotografato soltanto i regimi autoritari o i golpe mascherati da elezioni. Ha lanciato un allarme su un processo più subdolo: il progressivo svuotamento della democrazia dall’interno. Non è la fine traumatica e “spettacolare” delle istituzioni il vero pericolo, ma la loro sopravvivenza formale senza sostanza.

La crisi della democrazia è ormai un topos del dibattito pubblico, evocato talvolta con toni apocalittici, altre volte liquidato come sterile lamentazione. Resta tuttavia un dato difficilmente contestabile: le democrazie liberali mostrano segni di affaticamento strutturale, più che congiunturale. Non si tratta di un loro imminente collasso, ma di un logoramento che investe, in particolare, la qualità del consenso, la rappresentanza e la rappresentatività.

Ibridazione dei regimi e astensionismo strutturale

Negli ultimi decenni, intere aree del pianeta hanno conosciuto una regressione democratica, tanto che sistemi formalmente pluralisti si sono trasformati in regimi ibridi ed elezioni competitive appaiono rituali pressoché svuotati. Non è un fenomeno circoscritto a Paesi lontani o culturalmente “altri”.

La regressione si manifesta anche nelle democrazie mature e consolidate, specie quando il dibattito si impoverisce, il linguaggio pubblico e il confronto si incattiviscono e le istituzioni vengono percepite come estranee o addirittura inutili.

In questi casi, la democrazia si svuota dall’interno e si riduce, pur in presenza di libere elezioni, a una procedura priva di anima. Il voto, complice un corposo astensionismo, smette di essere partecipazione e diventa sfogo, protesta o, peggio, indifferenza.

L’impatto del digitale e la crisi della mediazione politica

Oggi la frammentazione sociale e la velocità dei processi economici, comunicativi e tecnologici fanno apparire la mediazione politica più un ostacolo che una garanzia.

Il cittadino-elettore si scopre impotente perché, sostanzialmente, viene chiamato più a ratificare che a scegliere, peraltro entro margini già vincolati da mercati, algoritmi, lacci e lacciuoli sovranazionali.

Per di più, alle elezioni si vede irragionevolmente espropriato della possibilità di scegliere il candidato che dovrebbe rappresentarlo, posto che, di fatto, gli viene imposto dal capo partito.

Insomma, il “povero” elettore, formalmente qualificato come “sovrano”, partecipa (sempre meno), ma non incide.

Ne derivano disaffezione, astensionismo e la tentazione di pericolose scorciatoie populiste o plebiscitarie.

Tanto più che oggi il mostruoso ecosistema digitale tende a premiare l’emozione e la semplificazione estrema, alimentando narrazioni “salvifiche”.

In un siffatto contesto, il consenso prescinde dall’approfondimento e la decisione democratica rischia di ridursi a una sommatoria di impulsi del momento, spesso indifferenti all’interesse generale e al bene comune.

Si innesca così un circolo vizioso: meno fiducia produce meno partecipazione. E meno partecipazione finisce inevitabilmente per impoverire la qualità delle decisioni.

Rigenerazione democratica: la metafora del cantiere aperto

Si ha talvolta l’impressione che la crisi venga scambiata per la obsolescenza della democrazia.

Non è così. Essa è, piuttosto, il segno della esposizione del sistema democratico a trasformazioni assai profonde della società contemporanea, le quali esigono, pertanto, percorsi di rigenerazione innovativa anche del “governo del popolo”.

La democrazia, innanzitutto, per sopravvivere deve rinunciare alla convinzione – illusoria – di essere semplice e irreversibile e deve riconquistare il coraggio e la forza di ripensarsi come realtà complessa e in continua trasformazione.

Lo ricordava, con un’illuminante metafora, Piero Calamandrei – uno dei nostri più illustri Padri costituenti – che ammoniva, per sottolinearne l’architettura, che la democrazia è “un cantiere sempre aperto”: un processo vivo e in continua formazione, intrinsecamente incompiuto ma capace di autoriformarsi, e non un “qualcosa” di garantito e definitivo.

Le alternative, quindi, non stanno fuori dalla democrazia, ma in una sua rivisitazione alla luce di una rinnovata visione.

Ciò implica, anzitutto, un serio ripensamento della partecipazione: non solo il rito periodico del voto, ma una meditata riabilitazione e un nuovo accreditamento delle istituzioni intermedie – in particolare associazioni, sindacati e partiti – non come macchine di consenso, ma come luoghi di formazione politica e sociale.

Il ruolo storico e la dissoluzione dei partiti politici in Italia

A proposito di questi ultimi, per riferirci all’Italia, va ricordato che i partiti, in un tempo ormai lontano, furono spazi di aggregazione, confronto e formazione.

Le loro strutture ideologiche, organizzative e pedagogiche sono state il motore della nostra democrazia rappresentativa, formando classe dirigente e garantendo continuità istituzionale. La politica si insegnava e si imparava anche (soprattutto) nelle scuole dei partiti. Tra le più note e attive, per limitarsi alle principali, vi furono quelle della “Camilluccia”, della Democrazia Cristiana, e delle “Frattocchie”, del Partito Comunista.

Vi insegnarono autorevoli leader e apprezzati intellettuali e docenti. Da quelle fucine uscirono stimati esponenti di governo, politici di primo piano, dirigenti illuminati e autorevoli opinion maker.

Con la progressiva crisi dei partiti, sfociata nel loro quasi totale disfacimento, quelle palestre sono scomparse.

Il leaderismo e la rivoluzione digitale hanno poi dato il colpo di grazia e hanno cancellato ogni esigenza di formazione politica, relegandola, sostanzialmente, al solo legittimante “gradimento” – talora ridotto ad asservimento – al capo partito.

Un tempo, apprezzamento, credibilità e carisma derivavano pressoché esclusivamente da capacità verificate e maturate grazie a una seria preparazione, affidata alla mediazione di qualificati maestri.

Da comunità politiche a comitati elettorali: la mutazione genetica

Anche il prestigio conquistato nelle professioni, nelle arti e nelle attività lavorative di provenienza costituiva un rilevante viatico per chi voleva intraprendere la non facile strada della politica.

Oggi, per lo più, i partiti, nella migliore delle ipotesi, sono comitati elettorali permanenti; nella peggiore, strumenti personali del leader.

La militanza è sostituita dal tifo, il dibattito interno dalla fedeltà al capo e la selezione meritocratica dal consenso immediato misurato nei sondaggi, nelle apparizioni televisive o nei “like”.

Il risultato è una classe dirigente fragile, spesso improvvisata, esposta agli umori del momento. Ridotti così a organismi leader-centrici, quasi sempre privi di democrazia interna e di una reale selezione meritocratica delle classi dirigenti, i partiti hanno perso la loro natura di comunità politiche radicate nel territorio e nella società.

Gli inneschi deflagranti della loro crisi – dovuta a un’interazione complessa tra fattori storici, sociali, economici e istituzionali – sono stati, essenzialmente, la corruzione e l’allontanamento dal territorio, eventi che hanno logorato il legame con i cittadini.

La loro mutazione genetica ne ha così gradualmente svuotato le basi organizzative, penalizzato la partecipazione diffusa e quasi cancellato la matrice ideologica e la identità che costituivano la loro preminente ragione d’essere.

Ne sono seguiti un progressivo svuotamento della partecipazione politica, un voto sempre più liquido e volatile e una corposa astensione che ha ormai assunto carattere strutturale. E questa è stata la frattura più profonda che si è consumata.

Alternative autoritarie e soluzioni tecnocratiche: rischi e fragilità

Di fronte a un tale scenario, va avviata una profonda riflessione sul “ripensamento” di una democrazia che si trova ora in concorrenza con modelli alternativi fondati sulla centralizzazione decisionale, sull’asimmetria dei diritti politici e su una concezione strumentale del consenso.

Le scorciatoie “autoritarie” talvolta proposte, anche se celebrate per la loro efficienza, risolvono al massimo il problema della rapidità, non quello della legittimità.

La stabilità che promettono è fragile, perché fondata sull’obbedienza più che sull’adesione.

La storia europea del Novecento mostra con chiarezza quanto l’operatività decisionale, ove non accompagnata da consenso autentico, possa rapidamente trasformarsi in imposizione.

Non meno insidiose, poi, sono le soluzioni tecnocratiche, che delegano le decisioni a esperti o ad algoritmi (come, ad esempio, accade da tempo in campo borsistico o nel settore dell’alta finanza) e tendono a identificare la competenza con la sovranità, senza considerare che la politica non è un problema tecnico, ma un conflitto regolato tra valori, interessi e visioni della società, e che pertanto non può essere svuotata del suo vitale nucleo partecipativo.

Il delicato equilibrio democratico nell’era dell’immediatezza

La democrazia vive di un equilibrio delicato: richiede tempo, complessità, confronto, mediazione, elementi che mal si conciliano con l’epoca dell’immediatezza, della semplificazione e dell’emozione elevate a criterio politico.

Anche in Italia, pochi anni fa, allorché si capitalizzò la rabbia proponendo una democrazia cosiddetta digitale e diretta, la “sperimentazione”, ridotta a competizione comunicativa, produsse rappresentanze assai fragili e conseguenze di cui ancora oggi si avvertono effetti pregiudizievoli.

La dissoluzione dei partiti come cuore della crisi politica

La crisi, comunque, non è anzitutto istituzionale: è politica. E il cuore della crisi politica è la dissoluzione dei partiti. Il nodo centrale della crisi della democrazia riguarda proprio la loro funzione, la qualità della rappresentanza, il ruolo dei corpi intermedi e il rapporto fra sovranità popolare e decisione politica.

Strategie per uscire dalla spirale: ricostruire la partecipazione

Riconoscere che la democrazia è «in ritirata» non significa rassegnarsi al suo declino. Al contrario, è un atto di cosciente lucidità.

Solo ciò che viene responsabilmente avvertito e compreso può essere difeso con efficacia. Non si tratta, naturalmente, di rimpiangere nostalgicamente il passato: la “prima Repubblica” non era un’età dell’oro.

Ma l’idea che la politica possa fare a meno di organizzazioni solide e riconosciute si è rivelata un’illusione.

Una democrazia senza partiti strutturati è più esposta alle oscillazioni emotive, più vulnerabile alla propaganda, più dipendente dalle leadership personali e da potenti “entità” finanziarie.

Senza partiti “veri”, il Parlamento si indebolisce, la produzione legislativa diventa erratica, il ricorso ai decreti-legge e ai voti di fiducia si fa sistematico e, conseguentemente, l’esecutivo concentra su di sé un potere crescente, alterando così il sistema di pesi e contrappesi.

Prospettive future: la democrazia come realtà esigente

Per uscire da questa spirale è necessario, prima di ogni altra cosa, ricostruire i partiti garantendo (come impone l’art 49 della nostra Carta costituzionale) una reale democrazia interna, investire nella formazione politica, riformare la legge elettorale per ridare motivazione e peso all’elettore – oggi solo presunto “sovrano” – e rigenerare i corpi sociali intermedi per fronteggiare l’astensionismo e favorire una partecipazione concreta.

Forse – e non è una certezza, ma un interrogativo aperto – il tempo che viviamo ci chiede proprio questo: smettere di considerare la democrazia come un’eredità acquisita, intangibile e irreversibile, e tornare a viverla come una realtà esigente, imperfetta, fragile ma insostituibile, come pragmaticamente e icasticamente la definì Winston Churchill: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora”.

Pasquale Giuliano

Articoli Correlati

Fallimento del Datore di Lavoro e Legittimazione Attiva a Domandare le Quote del TFR

Redazione

Diamo Energia alle Imprese

Redazione

Excel e Oltre: esploriamo le alternative gratuite per la gestione dei dati

Redazione