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12/04/2021
Lavoro e Previdenza

Investire su Welfare comunitario e culturale

La pandemia, e la conseguente crisi, hanno determinato un cambiamento dello scenario mondiale con effetti tanto sul mercato del lavoro globale e sull’occupazione quanto sulle politiche poste in essere dalle Istituzioni internazionali e comunitarie, dagli Stati, dai sistemi territoriali di Welfare. Questi ultimi hanno dovuto affrontare l’emergenza adattandosi – e ridefinendo in itinere – anche i propri assetti per far fronte alle esigenze e ai bisogni delle famiglie e dei lavoratori, stante la complessità del fenomeno che presenta sempre più una natura multidimensionale e complessa. L’emergenza COVID-19 ha messo in ginocchio le economie degli Stati impattando in maniera significativa sui sistemi sanitari nazionali e regionali e, in generale, sui sistemi di welfare. Nuovi rischi ma anche nuovi bisogni sociali in un contesto dove le condizioni di vulnerabilità di alcune categorie sono divenute via via di grave povertà mettendo a nudo, spesso, l’assenza di reti di supporto. Uno shock che per molti Paesi, Italia inclusa, ha reso necessario e accelerato processi volti a rimodulare e ridefinire l’impianto delle politiche sociali con la previsione di azioni e strumenti in grado di offrire servizi personalizzati in base alle differenti esigenze e ai bisogni della popolazione per superare il concetto tradizionale di Welfare sociale. In tal senso e da un punto di vista sociologico il modello dualistico Stato-Mercato, ed in particolare il modello di Welfare mediterraneo, è entrato in crisi determinando un passaggio progressivo dal Welfare State al Welfare Mix dove è centrale la ridefinizione del ruolo del soggetto pubblico. Ma si è andati anche oltre. La sfida post-COVID passa per un rinnovamento del Welfare nella direzione di un Welfare Comunitario e un Welfare Culturale, quali facce di una stessa medaglia. Durante, e a margine della prima fase dell’emergenza, la Fondazione Cariplo e LombardiaSociale.it – che hanno avviato uno studio su, Il futuro dei progetti di welfare comunitario, sostenuti attraverso il programma Welfare In Azione – hanno evidenziato la necessità di un approccio comunitario al welfare, allo stesso tempo generativo e in continua evoluzione.

La crisi pandemica se per un verso ha “allontanato” le persone per proteggersi dal contagio, dall’altro ha rafforzato il senso di identità comunitaria, attivando la rete del volontariato, delle cooperative, dei consorzi, delle associazioni, del Terzo Settore, ma anche di gruppi informali di cittadini, che in conseguenza del problema dell’isolamento domiciliare per COVID, si sono messe a disposizione per la distribuzione di beni di prima necessità. La sfida, quindi, è un cambiamento delle politiche di governance in un contesto generale nel quale continuano ad emergere istanze contrapposte di resistenza e smantellamento del Welfare State e una tendenza ad una convergenza dei modelli dei sistemi Paese sul presupposto, già indagato da Leibfried, che si possa giungere o meno ad una armonizzazione dei modelli. Un aspetto che, oggi più che mai, si lega al tema della accessibilità e della esclusione sociale che nell’attuale contesto della crisi economica acquista una attenzione particolare se si considera che il nostro Paese, insieme agli altri Stati dell’Europa meridionale, deve confrontarsi con delle strutturali disfunzioni in termini di distribuzione dei costi, sia per aree di intervento sia per categorie di soggetti beneficiari,  che si scontrano con nuovi ed emergenti bisogni sociali i quali alla luce della crisi hanno come effetto un allargamento della platea dei soggetti a rischio di esclusione sociale. Nella stessa direzione del rinnovamento si pone il Welfare Culturale in una visione nuova che consenta di veicolare processi culturali, tra cui la valorizzazione della cultura tout court, e del patrimonio (culturale) sia esso materiale e immateriale, in uno scenario tanto di supporto ai servizi socio-assistenziali per garantire forme di assistenza per categorie fragili (anziani e disabili) – come nel tradizionale concetto di Welfare Culturale sostenuto da Pier Luigi Sacco – quanto in una nuova accezione che, ad avviso della scrivente, può e deve adattarsi all’attuale scenario economico e che punti al benessere dell’individuo, anche alla luce delle declinazioni del Rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile), e alla sostenibilità. Una ricerca del 2019 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? – che ha mappato oltre 3.000 studi negli ultimi 20 anni, tra letteratura accademica inglese e russa e analizzato il nesso tra arti e salute – evidenzia come le attività artistiche abbiano effetti salutari, valutati anche con indicatori economici. Parimenti è altresì dimostrato scientificamente che la fruizione di arte e cultura ha un impatto positivo sulla longevità così come su alcune malattie degenerative; a riguardo è frequente il ricorso all’Art Therapy. Ne discende la necessità e opportunità di ragionare su modelli di welfare integrati e olistici anche attraverso la creazione di un Laboratorio progettuale, che possa passare anche attraverso una piattaforma di scambio virtuale, dove far incontrare il mondo della cultura, dell’arte, del patrimonio, delle professioni, degli investimenti e che non trascuri anche performance culturali nell’ambito processi di rigenerazione urbana così come la riprogettazione e gestione di spazi per la risocializzazione giovanile. Cultura è anche economia e occupazione e di qui la necessità di investire per la creazione di “ecosistemi” di Welfare culturale e patrimonio in grado di collegarsi ai cluster europei per attivare una gestione partecipata nel rinnovato scenario che guarda alla ripresa economica. «La cultura, oltre che per il suo valore sociale e per il dialogo interculturale, è riconosciuta sempre più come un segmento economico trainante a carattere strategico, specie nel nostro Paese, per lo sviluppo della ricchezza pro-capite, del welfare e del PIL complessivo nazionale. Il settore culturale ha dimostrato di essere in Italia uno dei comparti con più prospettive di crescita» (così in Senato). Come emerge dal Rapporto 2019  quindi ante Covid, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere, Io sono cultura – lItalia della qualità e della bellezza sfida la crisi, il Sistema Produttivo Culturale e Creativo, costituito da imprese, Pubblica amministrazione e organizzazioni non profit, genera quasi 96 miliardi di euro e il settore di per sé attiva anche altre filiere e settori dell’economia come ad esempio il turismo culturale e nel complesso raggiunge una quota pari a 265,4 miliardi, equivalenti al 16,9% del valore aggiunto nazionale. Un volano per il Paese. Il nostro mercato del lavoro deve saper cogliere le sfide di una economia 4.0 e oltre: individuare le nuove professionalità e competenze, valorizzare i giovani talenti, puntare su trasferibilità e certificazione delle competenze acquisite in contesti formali e non. Tutto ciò è possibile prevedendo azioni e misure che guardino con attenzione e in maniera propositiva ai «mercati transizionali del lavoro» (G. SCHMID, Il lavoro non standard. Riflessioni nellottica dei mercati transizionali del lavoro, in Diritto delle Relazioni Industriali, 1/2011, 1-36) in scenario del lavoro che mutua costantemente. Nel momento attuale della programmazione delle risorse del Next Generation UE è centrale attivare politiche e azioni non solo strategiche e di rilancio ma anche di ottimale allocazione delle risorse

Roberta Caragnano
Avvocata e Ricercatrice di diritto del lavoro e delle relazioni industriali

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