Maria Comelli, ex-cestista della Nazionale Italiana, ci testimonia l’ingiustizia di questa legge
Nello svolgimento della nostra attività quotidiana, abbiamo avuto il piacere di ricevere nella nostra sede e di avere tra i nostri assistiti, Marisa Comelli, un’ex cestista italiana che, con la nostra nazionale, ha disputato il Campionato europeo femminile di basket del 1989 e il Campionato del mondo femminile di basket del 1990.
Nel corso del nostro incontro, ci ha raccontato la sua vita, rivelando di essere vittima di una grave patologia.
Questo il suo racconto: “Sono Marisa Comelli, ex-atleta azzurra di pallacanestro, disciplina nella quale ho giocato fino all’età di 37 anni.
Atleti professionisti
Dall’età di 13 anni fino a quella di 37, ho praticato lo sport, giocando per 20 anni in serie A. Noi atlete, per poterlo fare, ci dovevamo allenare dalle 5 alle 6 ore al giorno. Il gioco diventava lavoro. Era molto di più del puro dilettantismo. Inoltre, al campionato si aggiungevano i periodi trascorsi con la Nazionale Italiana. Giorni indimenticabili ed impegnativi ai quali ho dedicato tutta me stessa.
Smessa l’attività sportiva, dopo essermi laureata, ho lavorato per anni come infermiera ma, malgrado la malattia, i contributi che mi sono stati versati, per questa attività, non sono sufficienti ad assicurarmi un futuro sereno.
Tutela ex-atleti
Per questa ragione vorrei sapere se, nel caso in cui io, ed eventualmente atleti come me, perdiamo il posto di lavoro o siamo costretti ad abbandonarlo per sopraggiunta inidoneità lavorativa a causa di patologie gravi ed invalidanti come la mia, esistono fondi del C.O.N.I. o F.I.P. per tutelare ex-atleti che, con gioia, tanto hanno donato ad una disciplina sportiva. In particolare, chiedo se, almeno per i mesi dedicati all’Italia, esiste la possibilità di vedersi riconoscere accreditati dei contributi previdenziali, contributi che per me oggi sono essenziali.
Qualora non esistesse alcun fondo destinato ad aiutare ex atleti che, come me, soffrono di gravi problemi di salute e rischiano di perdere una fonte di reddito o che non hanno maturato un numero sufficiente di anni di contributi INPS perché hanno donato, con passione gran parte della loro vita all’impegno sportivo, non considerato come un lavoro, nonostante le ore dedicate attestino a tutti gli effetti si trattasse di una vera e propria occupazione, chiedo se sia possibile farsi portatori di una modifica alla legge che ha riformato lo sport, ma che non prevede nessun tipo di sanatoria, danneggiando tutti gli atleti che, come me, hanno dedicato la loro vita all’attività sportiva negli anni in cui la stessa non era coperta dalla legge.
Grazie allo sport sono cresciuta con sani principi, ben radicati e basati sulla solidarietà e sull’importanza di affrontare ogni ostacolo che la vita mi ha posto davanti e che non sono insormontabili ma che, al contrario, rappresentano un’opportunità per potermi migliorare come atleta e come persona.
Per questa ragione di vita vorrei contribuire e ridare a me e a quelli come me, un po’ di serenità.”
Nel guardare negli occhi Marisa, ci siamo resi conto che, la convinzione che lo sport sia fonte di ingenti guadagni è priva di fondamento.
La verità è che nel nostro Paese, a beneficiare di tutti i profitti derivanti dallo sport, sono solo i professionisti che praticano delle specifiche e note attività sportive.
Contributi previdenziali
Coloro che non lo sono, ossia gli atleti dilettanti, fino al 30 giugno 2023, non erano neanche iscritti a una gestione previdenziale obbligatoria. Infatti, le indennità o i rimborsi che percepivano, ai fini fiscali, venivano considerati come redditi diversi e, quindi, a differenza dei lavoratori dipendenti o autonomi, non maturavano contributi previdenziali.
Con la conseguenza che, ad oggi, coloro che hanno praticato lo sport dedicandogli gli anni migliori della loro vita, non hanno i requisiti per poter usufruire di una futura pensione.
Questa situazione, nel tempo, ha evidenziato un’importante disparità tra sportivi professionisti e dilettanti, generata proprio dal mancato pagamento dei contributi previdenziali a favore di quest’ultimi, con ripercussioni significative sulla loro sicurezza sociale.
Una difformità che ha spesso generato dibattiti tra le associazioni sportive e le istituzioni. In tanti hanno alzato la loro voce per sollecitare una revisione normativa che garantisca una maggiore tutela e parità di diritti a chi pratica attività sportiva non professionistica.
Fondo Pensione Sportivi Professionistici
Alla luce di queste criticità, è emersa l’esigenza di intervenire con una riforma in grado di colmare il vuoto previdenziale e assicurare una maggiore equità, tra tutti gli sportivi.
Con il decreto legislativo 28 febbraio 2021 n. 36 “Riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonché di lavoro sportivo”, si è provveduto a modificare questa situazione e si è stabilito che, a partire dal 1 luglio 2023, gli atleti, a prescindere dal settore professionistico o dilettantistico, tesserati da enti sportivi affiliati alle varie federazioni, sono iscritti al Fondo Pensione Sportivi Professionistici, ossia sono assicurati alla Gestione Separata INPS.
Nell’area del dilettantismo, i lavoratori sportivi titolari di collaborazione coordinata e continuativa o che svolgono prestazioni autonome e percepiscono compensi annui superiori a 5.000 euro, hanno diritto all’assicurazione previdenziale e assistenziale.
Il versamento dei contributi è a carico del datore di lavoro sportivo, ossia delle società per le quali prestano la loro attività.
Questa è la nuova disciplina previdenziale che regola il mondo dello sport.
Un provvedimento che pone fine ad una profonda iniquità, che ha danneggiato intere generazioni di atleti, che hanno rappresentato e dato lustro all’Italia nelle varie competizioni: Olimpiadi, Campionati Mondiali e Campionati Europei.
Ci resta solo l’amarezza che, quegli atleti, che tanto abbiamo ammirato negli stadi o in televisione, visto che hanno smesso prima del mese di giugno del 2023, non hanno nessuna tutela.
Per loro, raccogliendo il messaggio che ci ha trasmesso Marisa, ci auguriamo di cuore che le federazioni a cui hanno dato lustro, siano chiamate ed autorizzate a sanare questa ingiustizia.
Non c’è dubbio che, se così fosse, questo sarebbe il modo migliore, per augurare ai nostri amati eroi dello sport, buone feste.
Carlo Fantozzi
