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20/04/2024
Lavoro e Previdenza

Le sfide delle professioni nel mondo del lavoro: la figura del supervisore nel servizio sociale legata al ruolo del cinema e dell’arte.

L’ambito del servizio sociale è un ambiente delicato in quanto vi si trovano persone vulnerabili che cercano un appoggio con gli assistenti sociali. E’ centrale, quindi, puntare su una figura professionale che sia innovativa e moderna che sia in grado di fornire servizi di alta qualità, affrontando al contempo le sfide e le complessità del lavoro in un settore così delicato. Il cinema può fornire interessanti spunti sulla figura del supervisore nel servizio sociale, e che si può plasmare in maniera poietica. Un primo collegamento artistico, per esempio, proprio sul tema dell’evoluzione umana e della ricerca del significato della vita. è il film di Stanley Kubrick, “2001-Odissea nello spazio”. Nella pellicola si affrontano tematiche profonde legate alla natura dell’umanità, alla coscienza personale. Non a caso il monolite nel film si può collegare alla rete dei servizi ed al destinatario, quindi l’utente. Come la nave spaziale anche l’assistente sociale ha una sua missione: ovvero l’inizio della consapevolezza, riflettere su ciò che è la natura umana e da qui svolgere un ruolo fondamentale nella progettazione del futuro dei servizi. Il monolite a sua volta, quindi nell’ambito della supervisione del servizio sociale, può anche rappresentare un’incognita, una ricerca di un qualcosa. E lo stesso avviene nella supervisione dove ci sono spesso situazioni complesse che richiedono una comprensione, ma anche un’esplorazione di sé stessi e del contesto che ci circonda. Un altro collegamento cinematografico utile alla comprensione è quello del film di James Cameron “Titanic”, nel quale compaiono sia la tematica dei servizi sociali del “risk management” e dell’“errore”. La spiacevole vicenda del Titanic offre diversi spunti che possono essere collegati: il naufragio è stato causato da una serie di errori e decisioni sbagliate, ma, allo stesso tempo, offre insegnamenti preziosi su come gestire il rischio in situazioni complesse. L’errore umano nell’ambito professionale della supervisione si divide in due tipologie, un’“insufficienza attiva” cioè una distrazione di una procedura che non è stata rispettata, innescando dunque degli incidenti di percorso. L’altro tipo di errore è quello che deriva dalle “insufficienze latenti” ovvero i vari errori di progettazione, di organizzazione ma anche di controllo. Il rischio sociale è quindi quello che se non viene valutato tutto in maniera ponderata, il rischio che possa accadere qualcosa di nefasto rimane. Un confronto, per una maggiore comprensione dello strumento del cinema in questo ambito, è l’aver sottovalutato la potenziale pericolosità dell’iceberg che ha portato alla collisione fatale. Nella pellicola, diretta James Cameroon, si evince anche come manovre azzardate e pericolose, come l’aumento della velocità “imposto” dall’amministratore della compagnia White Star Line, comporti una maggiore esposizione al pericolo e, in questo caso, all’affondamento del Titanic. Ad esempio nel servizio sociale, una corretta valutazione del rischio è essenziale per preservare la sicurezza ed il benessere soprattutto degli utenti. Un altro esempio è che il Titanic era considerato inaffondabile e questo ha portato ad un’omissione di una preparazione adeguata in caso di emergenza. Lo stesso vale nel servizio sociale dove è importante pianificare, anche in maniera certosina, una vasta gamma di scenari possibili, così da poter rispondere in maniera tempestiva alle situazioni di crisi. La vicenda del Titanic insegna a tutti che anche i piccoli errori e decisioni sbagliate possono avere conseguenze drammatiche, sottolineando l’importanza di umiltà, vigilanza e responsabilità nelle nostre azioni.  In quest’ambito non si può non parlare del viaggio delle luci psichedeliche del cinema. Infatti la supervisione in tale contesto è l’arte della supervisione stessa. Per spiegare meglio il concetto questa è come un’opera d’arte, o come dipingere un quadro o scritturare una melodia: azioni che richiedono una certa creatività, una certa sensibilità e proprio come un’artista. Il supervisore guida l’utente come un pennello sulla tela o come le note di una sinfonia sugli spartiti, e compie lo stesso e risolvere le insidie. L’arte è dunque uno strumento di supporto all’animo umano e come ci ricorda Federico Fellini: “il cinema più di altre arti è stato ed è un mezzo per costruire i mondi, i luoghi e spazi dove va in scena il più grande e complesso mistero del mondo: l’essere umano.” Il supervisore sociale è anche come un leader: indica agli altri operatori sociali ciò che bisogna fare, ciò che è utile risolvere per una migliore professionalità ma anche e soprattutto per migliorare il benessere della collettività. Un collegamento cinematografico che si può fare è quello con il film di Clint Eastwood “Invictus” con protagonista Morgan Freeman, basato sulla storia di Nelson Mandela. Nella pellicola viene evidenziata la figura di Mandela, un leader che ha capito l’importanza dell’aspirazione e, proprio come un supervisore dei servizi sociali, lotta affinché ci sia l’impegno e lo spirito unitario verso la persona per costruire una società migliore. Il protagonista ha tutti i requisiti che un leader deve avere per aiutare il prossimo ovvero l’empatia, la risolutezza ma anche la capacità di comunicazione, trasmettendo un messaggio di speranza e di fiducia nel cambiamento. L’empatia è un requisito fondamentale affinché un leader sia in grado di mettersi nei panni degli altri. È una sorta di introspezione personale e, nel contesto della supervisione del servizio sociale, è un elemento chiave per la crescita e lo sviluppo dei professionisti del settore. È come un isomorfismo emozionale ed una locuzione latina permette ad un’ulteriore comprensione, “plenitudo potestatis” che si riferisce al pieno potere che un individuo detiene in una determinata situazione. Nel contesto della supervisione del supervisore sociale, il termine può essere interpretato come il potere che ha un leader di supervisione nel guidare e di influenzare il lavoro degli operatori sociali. Il collegamento con l’empatia è che il leader ha la responsabilità di poterla esercitare in modo pieno e completo durante il processo di supervisione. Questo perché il leader deve dimostrare di essere empatico verso gli operatori sociali che supervisiona ma un buon leader deve anche essere capace di poter esercitare l’empatia verso sé stesso, riconoscendo i propri limiti, bisogni ed emozioni attraverso l’intelligenza emotiva. Di conseguenza sorge spontanea una domanda: “come si diventa dei leader empatici?” La risposta è facile, ma non scontata: con costanza e tanto impegno attraverso una profonda consapevolezza, praticando quindi un ascolto attivo ovvero distinguendo l’ascolto di sé stessi con quello degli altri. Essere empatici è di per sé già impegnativo, nutrire una compassione verso di noi e verso gli altri crea una situazione di resilienza e di sensibilità che è appunto indispensabile in questa professione di supervisione sociale. Essere un leader è come l’iride nella dispersione della luce solare, nella quale le persone sono guidate dal supervisore e si fanno trasportare dalle gocce della pioggia e solo così, ad ogni passo che intraprendono, risuonano le note musicali delle nostre anime. Il leader è quindi un faro che illumina e guida le imbarcazioni nelle notti più buie, allo stesso tempo supporta la sua comunità o anche il suo team offrendo sicurezza per risolvere le controversie, fornisce un ambiente sicuro per lo sviluppo e la protezione sociale. Si crea quindi un principio di autodeterminazione, in quanto per ispirare gli altri, bisogna dapprima ispirare noi stessi. Dunque, il film di Clint Eastwood non solo spiega l’insegnamento di come si deve essere un leader ma occorre dare il buon esempio, attraverso la responsabilità delle proprie azioni, ricordandoci che non si è mai un leader senza prima essere una guida che traccia la strada giusta per gli altri. Un supervisore è quindi un architetto della nostra anima nel modo in cui guida ed influisce sul nostro sviluppo professionale e personale. Come un architetto progetta e costruisce una struttura solida sulla quale il supervisore del servizio sociale crea delle fondamenta per la nostra pratica ed il nostro benessere emotivo, permettendoci di continuare a sbocciare nonostante le difficoltà. La sua guida ed il suo sostegno giocano un ruolo cruciale nel plasmare il “chi siamo” come operatori sociali, nella creazione di un ambiente di lavoro che favorisce il nostro successo e nostro benessere. Come un architetto, il supervisore utilizza l’empatia come fondamento su cui costruire un ambiente di lavoro sano, sostenibile e ispiratore che favorisce la crescita e il successo degli operatori sociali. Per rendere la nostra anima quindi invincibile, in qualsiasi situazione avversa e quindi di valorizzarci. Il Nelson Mandela interpretato da Morgan Freeman esclamava “il giorno in cui avrò paura di rischiare, non sarò più adatto a fare il leader”. Attraverso questi film possiamo vedere come il cinema offre una luce riflessiva sulla figura del supervisore nel servizio sociale, sull’importanza dell’empatia e sulla necessità di una comprensione profonda del sé e degli altri. Il cinema si trasforma quindi in uno strumento di educazione e sensibilizzazione in grado di ispirare dei cambiamenti. Le storie raccontate diventano come uno specchio nel quale si riconoscono le proprie fragilità, le proprie storie ma anche le differenti potenzialità di crescita e trasformazione stessa. Attraverso la supervisione del servizio sociale, il cinema si conferma un prezioso alleato nella lotta per una società inclusiva, nella quale si possono narrare le diverse sfumature delle emozioni e si rivelo allo stesso tempo uno strumento imprescindibile per supervisionare e potenziare il servizio sociale.

Dalila Traina
Assistente Sociale

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