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20/04/2024
Lavoro e Previdenza

Manca il lavoro o mancano i lavoratori?

Nella legge di bilancio di quest’anno è stato stabilito che il reddito di cittadinanza sarebbe stato pagato per sette mesi. Allo scadere del settimo mese si è scatenato un putiferio composto di proteste di piazza e di tante parole fra opposte fazioni: povertà, lavori sottopagati, fannulloni, sfruttati, sfruttatori, nuove tecnologie, qualifiche a basso valore aggiunto, … tante parole, ma i fatti?

Mettiamo i piedi per terra: il reddito di cittadinanza doveva far entrare nel mondo del lavoro persone che non vi sono mai entrate e farvi rientrare persone molto spesso da anni fuori, e possiamo ancora aggiungere, spesso con livelli di istruzione inadeguati e/o situazioni familiari difficili.

Ha raggiunto il suo scopo? Non sembra che ci sia riuscito, la legge istitutiva è quella di bilancio 2018 e siamo in queste condizioni.

Era strutturato per raggiungerlo? Gli interventi per la mancanza di reddito (ammortizzatori sociali, intesi nel senso ampio del termine) non possono essere ridotti ad una questione economica, devono essere preordinati a superare situazioni eccezionali e a operare nell’immediatezza e non devono essere utilizzati per estendere nel tempo trattamenti la cui eliminazione, successivamente, com’è ovvio, risulterà sempre meno agevole. Occorrono investimenti strutturali, quindi la risposta è no, non lo era.

Viviamo in un’epoca di transizione ad altissima velocità che ha accorciato tempo e spazio. Per un figlio/a che sta per terminare la scuola dell’obbligo come vedreste il suo futuro? “supertecnico”, “operaio”, “impiegato”, …? Cosa consigliereste per la scelta scolastica?

Appena scritta la frase, ti rendi conto che vivi a ritmi (e convincimenti) che sono ancora quelli di un secolo fa. In effetti “supertecnico” e “operaio/impiegato” come si collocano nel mondo del lavoro attuale e prossimo futuro?

Del dibattito mi ha colpito una delle frasi più ricorrenti “i disoccupati certi lavori a basso valore aggiunto (poco remunerati) non vogliono farli, ma nel contempo non hanno sufficiente preparazione per gli impieghi più sofisticati”. È una frase veramente banale.

Che significa “a basso valore aggiunto”? Lavori manuali?

Siamo sicuri che una persona che sa usare le mani e il cervello sia una qualifica a basso valore aggiunto? Ho scritto mani e cervello, perché mi ricordo che quando ero ragazzo la frase “sai solo usare le mani” era un dispregiativo, giro di parole per definirti prepotente o, addirittura, delinquente.

Nel secolo scorso era semplice. Esempio banale: quarant’anni fa P. (migrante dall’Abruzzo nel Lazio) mi disse che la Vespa si poteva truccare perché nelle singole parti del motore c’era tolleranza, poi erano arrivati i motorini e gli scooter giapponesi con i motori fatti al millesimo di millimetro e non si potevano più truccare. P. ha cominciato, da ragazzino, come apprendista nella concessionaria di mio cugino S. sotto la guida di C., un meccanico coi fiocchi. Già allora ogni volta che gli portavo la macchina mi spiegava quello che andava fatto e perché. P. si è messo in proprio, è proprietario del capannone nel quale ancora esercita la professione di meccanico con competenza (ed onestà), è ancora il mio meccanico di fiducia ed ancora mi illustra gli interventi che fa sulla mia automobile (tradotto: ha imparato e si è mantenuto aggiornato nel corso degli anni). Avete idea di quanto siano cambiate le automobili in quarant’anni? Vi ricordate quando le auto giapponesi erano contingentate (vietate fino al 1969)?

I genitori non avevano problemi a mandare i loro figli a “imparare un mestiere”, in questo secolo, invece, sull’”alternanza scuola lavoro” pesa un pregiudizio negativo assurdo, incomprensibile. È vero c’è stato un incidente ed è un gran dolore per la famiglia e per tutti ma gli incidenti (purché siano incidenti) accadono. Quando frequentava le superiori, nel periodo estivo, mandavo mia figlia (unica) a lavorare da mio cugino a 20 km di distanza per farle frequentare un ambiente di lavoro e imparare a relazionarsi con gli altri.

Vivere in un periodo di veloce transizione tecnologica significa che i lavori cambiano, muoiono e nascono (da Postalmarket ad Amazon), quanto manca per la scomparsa delle parole agente di commercio, cassiere (di supermercato, di banca, …), postino, …? Esiste ancora il centralinista?

Le professioni del futuro? Un gran mal di testa, pochi esempi: salesforce consultant, manager della transizione digitale, project manager, e-commerce manager, ... Mamma mia che ansia solo per decifrare di cosa si tratta! Ricordo ancora quando mi imbattei per la prima volta nella parola badante. Sarà stato il 1995 o il 1996, era una richiesta di chiarimenti della sede INPS di Asti che non sapeva come inquadrare una cooperativa di persone che si occupava degli anziani perché, evidentemente, era una novità anche per i colleghi. Oggi è di uso comune.

Cosa può fare il cittadino/lavoratore?

L’uomo deve mettersi in gioco, aggiornare in maniera continuativa le proprie conoscenze e competenze, essere disposto a cambiare per seguire l’evoluzione del mondo che lo circonda, inventare nuovi lavori: bravo a chi ha inventato nuovi lavori che nel secolo scorso non c’erano come l’influencer o il tiktoker (prevengo le obiezioni: l’uso e gli effetti sono un’altra cosa, anche la pistola è solo una pistola, se sia buona o cattiva dipende dall’uso che se ne fa).

La quasi scomparsa di professioni concrete (nell’accezione del secolo scorso: falegname, elettricista, idraulico, lavoratore agricolo …) che nell’immaginario collettivo vengono sottovalutate (in tutti i sensi) è un danno sociale. Esse si integrano perfettamente, e con pari dignità (anche economica), con le professioni del nuovo che avanza (e al vecchio telefona, cit. Paolo Rossi).

Forse il nocciolo della questione non è il reddito bensì il lavoro, cioè la capacità dell’individuo di produrre il reddito che consenta una vita dignitosa.

Per riprendere la frase banale: per avere valore da aggiungere al tuo lavoro devi esserti impegnato nel corso del tempo per diventare competente e il valore del lavoro dipende anche da quanto impegno hai messo per creare e coltivare la tua competenza. La capacità di produrre reddito si costruisce, con i tempi e i modi giusti e inizia molto presto. Purtroppo nel 2022 il 11,5% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenza media, e sempre nel 2022, i Neet sono stimati al 19% della popolazione d’età tra i 5 e i 29 anni. In conclusione, si tratta di una questione di cultura, di etica, d’identità sociale che investe tutte le componenti della società civile, sia l’individuo (sia esso uomo qualunque, lavoratore, imprenditore, politico, sindacalista, …) che le istituzioni (famiglia, Stato, …, composte dagli stessi individui). E così il cerchio si chiude, con tanti saluti alle politiche attive del lavoro.

Antonio Chiaraluce

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