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22 Aprile 2026
Pensioni: la perequazione non basta più
Lavoro e Previdenza

Pensioni: la perequazione non basta più

L’inflazione erode il potere d’acquisto e cresce la distanza tra pensioni e costo della vita

Le pensioni italiane perdono valore. Nonostante la perequazione automatica – il meccanismo che dovrebbe adeguare annualmente gli assegni all’aumento del costo della vita – milioni di pensionati continuano a vedere ridotto, mese dopo mese, il proprio potere d’acquisto.

La causa è semplice: l’inflazione degli ultimi anni è cresciuta molto più velocemente dell’indicizzazione effettiva delle pensioni, e il meccanismo di rivalutazione oggi in vigore non riesce più a compensare davvero l’aumento dei prezzi.

Cosa prevede la perequazione 2025

Per il 2025, la rivalutazione delle pensioni sarà pari al 2,5% secondo la stima provvisoria dell’ISTAT. Un valore ben inferiore al picco dell’inflazione registrato nel 2023 e comunque insufficiente a recuperare le perdite di potere d’acquisto accumulate negli ultimi anni.

Inoltre, il meccanismo di perequazione introdotto dalla legge di bilancio 2023 continua a penalizzare gli assegni medio-alti: solo le pensioni fino a quattro volte il minimo INPS (circa 2.300 euro lordi mensili) vengono rivalutate quasi integralmente; per le altre, le percentuali si riducono gradualmente fino al 22% per gli assegni più elevati.

Un sistema che, secondo le principali organizzazioni dei pensionati, non tiene conto della reale dinamica dei consumi e delle spese quotidiane, soprattutto per chi deve far fronte a costi sanitari e assistenziali sempre più pesanti.

Il potere d’acquisto in caduta

Secondo le stime dei sindacati, negli ultimi tre anni i pensionati hanno perso tra il 10 e il 15% del loro potere d’acquisto reale.

Basti pensare che il prezzo medio di beni di prima necessità come pane, pasta, frutta e verdura è aumentato in media del 20%, mentre le bollette energetiche e i canoni d’affitto continuano a incidere in modo rilevante sui bilanci familiari.

Le pensioni minime, pur rivalutate nel 2023 e 2024, restano attorno ai 600 euro mensili netti, una cifra che non consente una vita dignitosa, soprattutto per chi vive solo o deve affrontare spese sanitarie non coperte dal Servizio sanitario nazionale.

Le richieste dei sindacati

Le principali sigle sindacali dei pensionati chiedono da tempo una riforma strutturale del meccanismo di perequazione, per garantire una tutela più equa e reale contro l’aumento dei prezzi.

Tra le proposte:

  • un adeguamento pieno all’inflazione reale per tutti gli assegni fino a cinque volte il minimo;
  • una no tax area più ampia per i redditi da pensione;
  • e un piano straordinario di sostegno ai redditi bassi, anche attraverso una “quattordicesima” estesa a più categorie.

Ma la richiesta più urgente è quella di riconoscere che il pensionato non è un “peso” per la società, bensì una risorsa: custode di esperienze, di valori, di economie familiari che ancora oggi sostengono figli e nipoti.

Un tema sociale, non solo economico

Il rischio, se non si interviene, è quello di alimentare nuove disuguaglianze generazionali e territoriali. Le pensioni più basse sono concentrate soprattutto nel Mezzogiorno e tra le donne, spesso penalizzate da carriere discontinue e redditi più bassi.

Senza un recupero reale del potere d’acquisto, aumenta la povertà silenziosa di milioni di anziani, molti dei quali rinunciano a cure, alimenti di qualità o semplicemente a una vita sociale dignitosa.

La perequazione automatica è nata per difendere le pensioni dall’inflazione, ma oggi si è trasformata in un meccanismo parziale e inadeguato.

Ridare forza alle pensioni significa ridare dignità a una generazione che ha lavorato, costruito, sostenuto il Paese.

E significa garantire giustizia sociale in una fase storica in cui la tenuta del potere d’acquisto non è solo una questione economica, ma un diritto di cittadinanza.

 

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