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12/04/2021
Lavoro e Previdenza

Superiamo il gender pay gap

Il 98% di chi ha perso il lavoro quest’anno è donna.
Lo dicono i dati Istat: su 101mila nuovi disoccupati, 99mila sono donne. La pandemia ha allargato il problema della disparità di genere, agendo in un contesto, italiano e globale, dove le disparità di genere nel mondo del lavoro erano una criticità già prima dell’emergenza sanitaria. Il gender pay gap mondiale, cioè la differenza tra il salario annuale medio percepito dalle donne e quello percepito dagli uomini, è intorno al 20%.

Il 98% di chi ha perso il lavoro quest’anno è donna.
A monte vi è un problema di occupazione femminile. Il Censis fino all’inizio del 2020 rilevava che il tasso di attività femminile era al 56% circa, contro il 75% degli uomini. Il 2020 ha solo fatto precipitare ulteriormente le cose.

Veloci, preparate e con le idee chiare. Eppure, è così che appaiono le donne dal rapporto di AlmaDiploma e AlmaLaurea nel campo della formazione. “Sono più regolari nello studio, raggiungono voti più alti, studiano di più e compiono più esperienze internazionali”. Inoltre, parallelamente allo studio, le donne sono risultate essere maggiormente impegnate in attività di carattere sociale, come il volontariato, e nel tempo libero intraprendono più attività culturali: 55% delle femmine, in larga parte su iniziativa personale, contro il 42% dei maschi. Le donne sono anche maggiormente interessate a proseguire gli studi soprattutto all’università: il 77% delle ragazze contro il 63% dei ragazzi. Nonostante ciò, continuano a riscontrarsi differenze di genere nel mondo del lavoro anche dal punto di vista retributivo. Tra i laureati magistrali biennali che hanno iniziato l’attuale attività dopo la laurea e lavorano a tempo pieno emerge che il differenziale, a cinque anni, è pari al 19% a favore dei maschi: 1.637 euro contro 1.375 euro delle donne. Se è vero che questo risultato è influenzato da diversi fattori, è altrettanto vero che, a parità di ogni altra condizione, gli uomini guadagnano in media 159 euro netti mensili più delle donne. Il differenziale occupazionale a cinque anni dalla laurea sale addirittura a 29 punti percentuali tra quanti hanno figli: isolando quanti non lavoravano alla laurea, il tasso di occupazione risulta pari al 90% per gli uomini, contro il 61% per le donne. A ulteriore conferma che ancora oggi le donne fanno più fatica degli uomini a realizzarsi professionalmente, basti pensare che a cinque anni dal titolo magistrale svolge un lavoro a elevata specializzazione il 47% delle donne e il 56% degli uomini. Non a caso, le donne sono in media meno soddisfatte del proprio lavoro tenendo conto delle (poche) prospettive di guadagno e di carriera e della stabilità e sicurezza del lavoro. Le donne, che si caratterizzano quindi per più bassa occupazione, salari più scarsi, contratti più precari e sono più raramente occupate nelle posizioni aziendali apicali e dunque “sicure”, oggi sono le prime a subire gli effetti della crisi.

Il 98% di chi ha perso il lavoro quest’anno è donna.
E anche se una donna ha un lavoro, soddisfacente, che ha potuto mantenere nonostante la crisi, c’è un dietro le quinte di cui si parla fin troppo poco. Le donne si trovano ancora intrappolate dalla costruzione sociale per cui il carico della cura e della famiglia deve gravare sulle loro spalle. Nel 2020 le lavoratrici italiane hanno visto aumentare il loro lavoro con lo smart working, andatosi a sovrapporre agli impieghi domestici senza più la possibilità di una separazione spaziale degli stessi. Bisogna allora prendere coscienza che le disuguaglianze economiche, sociali, razziali e di genere preesistenti sono state accentuate dalla crisi e tutto questo rischia di avere conseguenze più a lungo termine del virus stesso. Un fatto da cui l’Italia non si è dimostrata immune: che il 98% dei lavoratori in meno di dicembre sia donna è solo una delle tante dimostrazioni.

Federica Amorosini

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