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23/07/2024
Lavoro e Previdenza

Trent’anni di riforme e…?

…e siamo ancora a: per passare da quota 100 a quota 41 servono subito 4,3 miliardi. Titolo più o meno simile di tutti i quotidiani in questo periodo.

“Subito” in previdenza non esiste. Sono 30 anni (dal 1992) che governi di ogni posizione fanno riforme facendo finta di non sapere che le pensioni (quelle vere) sono il flusso di uscita (pensione) generato da un flusso di entrata (contribuzione). In parole semplici: nel corso del tempo (molto tempo, per la pensione di vecchiaia il requisito minimo generale di assicurazione e contribuzione è di 20 anni) si costituisce la provvista per ottenere la pensione. L’età pensionabile è il frutto di tanti fattori che determinano la sostenibilità del sistema sulla base della situazione socio economica del Paese. Se si abbassa l’età pensionabile si avranno meno entrate e più uscite. Perché il sistema sia sostenibile o si aumentano le entrate o si diminuiscono le uscite. Tradotto: o costo insostenibile sia per la “produzione” (datore di lavoro + lavoratore) che per il Paese tutto (aumento del carico fiscale) o tanti pensionati poveri (meno contribuzione = meno importo di pensione).
In Italia è, ormai, passato il concetto che la pensione è “statale” e che il sistema è governato dalle tornate elettorali e dai cambi di governo ossia da soggetti mossi più dalla ricerca di consenso elettorale che dall’interesse collettivo. Qualcuno ha fatto mente locale sul fatto che il sistema di calcolo retributivo delle pensioni è durato solo 25 anni (1969-1995) sugli oltre 100 anni di vita dell’INPS e che la sopravvivenza dopo il 1996 è dovuta solo al fatto che allora, per il motivo appena esposto non si è avuto abbastanza coraggio per fare quello che è stato fatto nel 2011 (26 anni dopo, costretti dall’UE).
Nel tempo, si è persa la cognizione della corrispondenza economica fra contributi e prestazioni. Le pensioni in senso stretto (quelle, cioè, finanziate da una contribuzione) non sono “stato sociale” (fisco = soldi di tutti) ma investimenti propri (= soldi del lavoratore). Questo equivoco ha trasformato la spesa pensionistica in una forma di ammortizzatore sociale permanente ed ha sbilanciato la spesa sociale verso il capitolo pensionistico. Una forzatura, e le forzature al sistema Paese costano e costano per un tempo lungo, molto lungo perché, per quello che abbiamo detto prima, le forzature, coperte da entrate statali, sono le imposte che i cittadini onesti pagano. Gli esodati della cd “riforma Fornero” (mai capito perché Fornero) sono stati salvaguardati da nove interventi costati alla collettività oltre 10 miliardi di euro e, per il solito motivo, ci hanno messo dentro i soggetti più svariati.
L’innalzamento dell’età anagrafica di pensionamento fu il “punctum dolens” della riforma del 2012 ma secondo i dati diffusi dal Centro Studi ImpresaLavoro, su base OCSE, nel 2019, l’Italia si collocava al secondo posto per l’età di pensionamento “normale” e al quindicesimo posto, su di un totale di 22 paesi europei presi in considerazione, per “età effettiva” di pensionamento. Negli ultimi vent’anni poco meno di un terzo dei pensionamenti è avvenuto in deroga alla normativa vigente e dal 2018, anno di entrata in vigore di Quota 100, si è assistito a una riduzione dell’età effettiva in cui sono andati in pensione mediamente i lavoratori italiani fino a 61,2 anni (non lo dico io, lo dice il Sole 24ore).
La riforma conteneva la flessibilità in uscita legata all’età, era codificata (non mille opzioni legate al momento ma uno, due, tre, … anni rispetto all’età legale) e quantificata economicamente (abbattimento percentuale permanente dell’importo della pensione legato all’anticipo rispetto ai requisiti di età vigenti). Naturalmente fu successivamente eliminata, sempre per il solito motivo. Mancava, invero, la flessibilità in uscita in relazione all’attività lavorativa (la legge prevedeva che dal 2021 l’età, sia per gli uomini che per le donne, fosse di 67 anni per tutti). La flessibilità in uscita legata all’attività lavorativa, in un sistema previdenziale, deve essere prevista e deve essere finanziata a regime non da interventi estemporanei (= a carico dello Stato). Si sa che quello è un lavoro usurante, e, quindi, deve essere finanziato in modo specifico per accompagnare il lavoratore nel corso del suo cammino previdenziale. Potremo discutere su chi, come e in che misura, deve provvedere al finanziamento ma deve essere organicamente previsto. Più precisamente è la previdenza integrativa (non complementare) che può finanziare la flessibilità in uscita. Esempi, nel tempo ci sono stati. I Fondi integrativi dell’AGO quali, ad esempio, minatori, gasisti, esattoriali, personale dei porti di Genova e Trieste. Stessa cosa per la copertura assicurativa previdenziale dei lavoratori discontinui: le retribuzioni convenzionali per i lavoratori soci delle cooperative del DPR n. 602/1970, poi, nell’anno 2000, fu istituito un apposito Fondo che “giace” nel bilancio dell’INPS, il Fondo per il concorso agli oneri per la copertura assicurativa previdenziale dei periodi non coperti da contribuzione, che si inseriva, all’epoca, in una serie di provvedimenti tesi ad ampliare le possibilità di completamento della copertura assicurativa per percorsi di vita lavorativa sempre più frazionati e instabili.

Antonio Chiaraluce

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