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25/10/2021
Primo Piano

Le prospettive della Germania dopo i governi Merkel

In Germania il 26/9 u.s. è stato eletto il nuovo parlamento (Bundestag) ed è successo qualcosa di storicamente rilevante: per la prima volta il Cancelliere (in questo caso la Cancelliera) lascia l’incarico senza essere stato rimosso per motivi politici o aver perso le elezioni. La Dr. Angela Merkel ha deciso spontaneamente di lasciare la politica attiva e di non ricandidarsi anche se molto probabilmente sarebbe stata rieletta. Questo fatto oltre che estremamente importante dal punto di vista storico, lo è anche da quello politico ed economico. I 16 anni di governi Merkel hanno segnato profondamente la Germania e l’Europa. Sono stati il periodo del cosiddetto “secondo miracolo economico” tedesco, che segue quello del secondo dopoguerra. Dal 2005 al 2020, il reddito pro capite tedesco è salito del 18,3%, ben di più di quello di Francia (+6%) o Regno Unito (+2,4%) e sorprendentemente superiore a quello degli USA (+16,9%). Nello stesso periodo l’Italia ha avuto invece una contrazione del 8,6%. Questi dati, da soli, potrebbero giustificare l’estrema considerazione ed apprezzamento della Cancelliera nel suo Paese: infatti più dell’80% dei tedeschi è assolutamente soddisfatto del lavoro svolto. Questi dati “interni” rendono evidente il gradimento “interno”, tuttavia ci deve essere dell’altro, dato che la reputazione della Cancelliera è migliorata dal 2005 anche all’estero per esempio in Svezia, Regno Unito e Spagna ed è invece lievemente calata in Francia e Italia. L’importanza della Germania nello scacchiere geopolitico mondiale è decisamente aumentata e la Cancelliera ha partecipato attivamente alla gestione di dossier essenziali sia europei che globali, con autorevolezza e competenza. La Germania è vista dall’esterno come una potenza industriale ed economica rilevante, come una nazione moderna ed inclusiva grazie alle politiche di welfare in grado di integrare in modo dignitoso migranti economici e rifugiati. Durante il periodo 2005-2020 la popolazione di stranieri in Germania è aumentata da poco più di 7 fino a 10,6 milioni ed è stata piuttosto ben integrata, visto che la disoccupazione in questo gruppo è del 14,4%, certamente più alta della media nazionale del 6%, ma comunque rimasta stabile nonostante il grande aumento di migranti. La bontà dell’integrazione è forse anche dimostrata dal numero dei reati, che dal 2005 al 2020 sono scesi del 18%. Il florido sviluppo economico ha anche contenuto l’aumento delle diseguaglianze: infatti dividendo la popolazione in quintili, si può osservare, come prevedibile, un aumento della ricchezza del quintile ad alto reddito che ora detiene un 37,5% del totale contro un 35,9% del 2005, ed una contrazione di circa 1,8% per la fascia a reddito più basso con una completa tenuta di tutte le classi intermedie. Questa tendenza alla divaricazione si è manifestata globalmente nei paesi sviluppati, ma spesso è stata accompagnata dall’impoverimento delle classi intermedie, cosa che in Germania non è avvenuta. Forse questo spiega il forte consenso politico che personalmente la Dr. Merkel ha sempre avuto nella “pancia” del Paese che ha accettato, per esempio, una crescita del carico fiscale (dal 43,5 al 46,9%) compensato da maggiori uscite destinate principalmente agli investimenti ed ai servizi sociali.
Su quali basi è nato il “secondo miracolo economico” tedesco? Certamente sulla forza delle sue aziende produttive, che hanno esportato il “made in Germany” con tanto successo: all’esportazione diretta dei “prodotti”, si è affiancata l’internazionalizzazione delle imprese, con una sempre crescente presenza diretta sui mercati, con filiali e con stabilimenti di produzione. Il “brand Paese Germania” si è così affermato in tantissimi campi assieme ai “brand” di sue importanti aziende. I legami economici sono stati rinforzati da politiche di supporto finanziarie all’internazionalizzazione come pure da politiche culturali e di cooperazione che hanno molto aiutato. Per esempio, i tanti studenti stranieri che hanno frequentato le università ed i centri di ricerca tedeschi sono e saranno degli ambasciatori qualificati di un “savoir-faire” industriale e tecnologico che hanno imparato ad apprezzare direttamente. Accanto ai successi evidenti nell’internazionalizzazione occorre rimarcare anche qualche punto debole. La presenza della Germania sui mercati finanziari si è ridotta: anche la principale banca privata tedesca, paladina dell’economia renana, ha ridotto la sua importanza globale, lasciando le aziende tedesche spesso senza quel supporto che storicamente hanno sempre avuto: i colossi finanziari ora sono localizzati altrove. Questo può forse anche spiegare perché, nonostante l’enorme successo dell’economia reale tedesca, l’indice borsistico DAX dal 2005 è cresciuto “solo” dell’88% contro la crescita del 152,8% del corrispondente MSCI World. Vanno inoltre considerati i settori dove l’economia tedesca è cresciuta: sono certamente settori importanti, come quello dei trasporti e dell’automobile, soggetti tuttavia a trasformazioni epocali sia dal punto di vista del prodotto, per esempio l’elettrificazione delle vetture, sia da quello dei fattori di produzione, che per tanti motivi saranno soggetti ad incrementi futuri (vedasi energia). Le aziende tedesche hanno sempre utilizzato catene di produzioni globali, essendo in grado, anche grazie ad una eccellente logistica, di ottenere forniture di qualità e puntuali. La pandemia, con i cui effetti dovremo a lungo combattere, ha introdotto fattori di incertezza ed un terremoto in meccanismi oleati da decenni. I tempi di consegna dei semilavorati, soprattutto componenti elettronici, sono una delle cause dei ritardi nelle consegne ed un fattore determinante e limitante per la crescita del PIL tedesco. Nonostante un rinnovato impegno nel finanziamento della ricerca e dell’innovazione (nel 2005 pari a 2,43% del PIL, nel 2020 pari al 3,18%) non sono sortiti gli effetti sperati. Le innovazioni sono state forse più incrementali che radicali, fatto anche testimoniato dal basso numero di aziende tedesche che primeggiano in settori avanzati ed innovativi. L’industria digitale tedesca presenta pochi grandi colossi e quello farmaceutico ha mostrato solo ora qualche segno di risveglio (per esempio con la biotecnologia dei vaccini a base mRNA) dopo anni di continuo calo di influenza sui mercati globali. La pandemia ha inoltre evidenziato un grosso deficit sia nella digitalizzazione della pubblica amministrazione che della scuola, ma soprattutto del settore strategico della sanità. Rilevante è la dipendenza della Germania e della sua economia sia da infrastrutture digitali non più all’avanguardia come nel passato, sia da provider di servizi localizzati principalmente negli Stati Uniti. Ciò presenta una debolezza nella specifica industria digitale ma anche elevati rischi sistemici, tra cui per prima la cyber security.
I recenti disastri dovuti ai cambiamenti climatici hanno ancor più evidenziato una necessità di seri piani riguardanti la gestione del territorio ed alimentato e rafforzato una già esistente consapevolezza di necessità di nuove politiche energetiche ed ambientali.
Il bilancio dei 16 anni di guida della Dr. Merkel rappresentante dell’Unione dei cristiano democratici e sociali non può che essere considerato positivo. Perché allora dalle urne il partito dell’Unione non è uscito trionfatore come ci si sarebbe potuto aspettare? Probabilmente per la consapevolezza dell’elettorato che chi succederà alla Dr. Merkel dovrà affrontare problemi congiunturali e contingenti causa la coda lunga della pandemia, ma soprattutto dovrà definire un nuovo quadro strategico di posizionamento della Germania nello scacchiere mondiale e delineare un innovativo processo di sviluppo sostenibile dell’economia. Il corpo elettorale ha individuato una necessità di cambiamento dell’approccio ai problemi che nel futuro andranno affrontati e non ha ritenuto l’Unione completamente idonea allo scopo di raggiungere un nuovo posizionamento all’interno dell’UE, grazie ad un nuovo stile di leadership, non più solo reattiva ma propositiva. Gli elettori chiedono l’inevitabile coinvolgimento dei Partner Europei per la sicurezza, le politiche sanitarie, i temi climatici, l’innovazione tecnologica, la costruzione di una supply chain autarchica europea e soprattutto per le politiche energetiche. I principali partiti tedeschi sono stati tradizionalmente europeisti, ora a loro, ed al nuovo Cancelliere, l’elettorato chiede di essere europeisti in modo differente, perché solo così vede rappresentati completamente i propri interessi. Solo una forte UE potrà confrontarsi e, pur con diverse vedute, collaborare con le altre Potenze mondiali, prima fra tutte la Cina. Grazie ad una nuova Europa la Germania potrà più facilmente concentrarsi sui problemi interni quali il nuovo welfare, l’educazione primaria e secondaria e tentare di continuare il periodo d’oro degli ultimi 16 anni.

Emanuele Gatti
Presidente della Camera di Commercio Italiana
per la Germania (ITKAM)

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