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01/08/2021
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Revenge Porn. La condivisione non consensuale di materiale intimo

Era il 1998, internet era poco diffuso e per connettersi si usavano vecchi modem 56k, quelli con la lucina rossa, che tenevano occupata la linea telefonica. Per girare un video serviva una telecamera, perché i telefoni erano ancora nella fase Nokia, con un mercato che prediligeva cellulari il più possibile piccoli e leggeri. È con questi presupposti, in quell’anno, che ‘nasce’ la prima vittima di revenge porn in Italia. A poco più di vent’anni dall’accaduto, analizzando la backstory italiana fino ad oggi, ci sono molte questioni su cui fare luce.

Dal punto di vista legislativo sono principalmente due le leggi che sono state ideate per tutelare chi subisce questo fenomeno: la legge italiana contro il Bullismo e il Cyberbullismo nel 2017, di cui la prima firmataria è la Senatrice Elena Ferrara, insegnante di Carolina Picchio, studentessa di 14 anni che si è tolta la vita a causa degli abusi e del bullismo sul web, e l’articolo 612 ter del codice penale rubricato “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (revenge porn)”, più spesso conosciuto come ddl Codice Rosso. Quest’ultimo provvedimento risale al vicino 2019, scritto e approvato a seguito del caso mediatico che ha portato al suicidio di Tiziana Cantone, giovane ragazza napoletana il cui video privato ha raggiunto tutte le città e le province d’Italia. Da questo quadro storico appare quindi evidente come il nostro Paese, e con lui molti altri, ha finito sempre per ‘correre ai ripari’ nel tentativo di rispondere ad una situazione già degenerata, anziché tentare di prevenirla.
Ma torniamo un attimo al principio: cosa intendiamo quando parliamo di Revenge Porn? Il termine inglese si traduce letteralmente porno-vendetta e molti fra attivisti e studiosi sostengono che questo termine sia in realtà inesatto. Quando si parla di vendetta, infatti, si parte dal presupposto che l’altro ci abbia fatto un torto, qualcosa di sbagliato, ed è quindi sbagliato ma comprensibile che si voglia ribattere. Nel caso della condivisione non consensuale di video o foto intime questo non avviene e la classica dinamica narrata dalle grandi testate giornalistiche della ragazza che si è fidata del fidanzato sbagliato o che l’ha lasciato con il risultato di farlo arrabbiare è solo una delle tantissime situazioni che provocano la diffusione di materiale e nemmeno quella con la percentuale più alta. Esemplare in questo senso è stata l’inchiesta di aprile 2020 su alcuni gruppi Telegram che, popolati da migliaia di persone, giravano e condividevano foto, video e informazioni personali di centinaia di ragazze, alcune di queste ex fidanzate, figlie, sorelle, amiche o conoscenti su Instagram. In quei gruppi, dove è la norma scambiare o vendere materiale di terzi, il termine vendetta non trapela. E allo stesso modo poco ha a che fare con il porno: la pornografia ha infatti esplicitamente intenzione di realizzare del materiale perché sia visto da qualcuno e nel caso in cui dei contenuti vengano rubati questo non si verifica. Per questo molte survivor, termine utilizzato per indicare chi ha subito violenza sessuale e di questo tipo, non si ritengono rappresentate da questo termine, ma nella versione più lunga, che lascia meno spazio all’immaginazione e da una visione più chiara e precisa di quello che accade ‘condivisione non consensuale di materiale intimo’.
Sapendo quindi che le modalità sono molteplici e la diffusione può raggiungere numeri esorbitanti in pochissimo tempo, bisogna chiedersi: le leggi che abbiamo a disposizione riescono a proteggerci? Un’altra grande mancanza è la tutela del diritto all’oblio che, in particolare in Italia, non funziona. Ogni immagine, video ecc. ha un’impronta digitale che la rende riconoscibile da un computer e che è utile nel momento in cui si cerca di far sparire un contenuto dalla circolazione. Questa operazione informatica è teoricamente garantita dallo Stato, ma viene – per fortuna – più spesso portata a termine, se richiesta, da una delle associazioni più all’avanguardia sul tema nata pochi anni fa dall’imprenditore e professore Matteo Flora: PermessoNegato.
Per quanto però si possa, appunto, correre ai ripari, la soluzione a lungo termine per la fine di questo fenomeno va ricercata nell’educazione. È necessario che l’educazione sessuale torni a far parte delle nostre istituzioni e delle nostre conversazioni all’interno delle mura di casa, è necessario creare e trasmettere una narrazione sul sesso che parta dai principi di libertà e di consenso, cambiando anche quelle parti della storia che rendono poca giustizia alla donna in quanto essere umano dotato di pulsioni e desideri. Nel 2021 si ha ancora un’idea della donna come elemento passivo in ambito sessuale e questo contribuisce alla formazione del pensiero secondo cui una donna consapevole che si vive la sua sessualità in maniera libera e disinibita sia una ‘poco seria’, che se finisce vittima di condivisione non consensuale in fondo ‘se l’è andata un po’ a cercare’.

Alice Giusti

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