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25/02/2024
Lavoro e Previdenza Primo Piano

Stop a discriminazione e disparità tra uomo e donna

L’emancipazione culturale delle donne e l’affermazione del loro protagonismo economico, lavorativo e sociale non può prescindere dal riconoscimento e dall’effettiva tutela dei loro diritti fondamentali. Ridefinire il futuro in una nuova ottica che deve integrare in modo virtuoso e lungimirante lo sviluppo sociale, etico, la crescita economica, la tutela dell’ecosistema nel rispetto del pianeta, delle sue risorse e di chi verrà dopo di noi. Un patto inclusivo, in cui nessuno deve essere lasciato indietro, in cui gli sforzi dei singoli possano trovare sostegno in un contesto responsabile e favorevole, costruendo ponti dove si incontrano pregiudizi, contrapposizioni ideologiche con un sistema di aggregazione, di integrazione. Le disuguaglianze si attestano nei più disparati ambiti: professionale, familiare, sociale. Occorre invertire l’attuale tendenza affinché tutti prendano consapevolezza che investire sulla parità di genere non è solo un diritto ma un dovere civico e una precisa strategia di sviluppo per tutta la collettività. Una prospettiva che impone un cambiamento culturale che, però, deve essere favorito, accompagnato e sostenuto. Un impegno a livello globale per garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso al lavoro, all’istruzione, alla piena partecipazione ai processi decisionali e politici in un momento cruciale della storia dell’emancipazione femminile. Uno spunto di ulteriore riflessione sul prossimo 8 marzo in cui ricorre la ‘Festa delle donne’, una data simbolica che assume un’importante valenza nel valorizzare le numerose, ma ancora insufficienti, conquiste sociali, economiche e politiche del mondo femminile. Parlare di festa, dunque, è improprio: è più corretto parlare di Giornata Internazionale della Donna dedicata al ricordo, alla riflessione ma soprattutto alle azioni e agli interventi sul fronte della prevenzione della violenza e del sostegno alle vittime. Perché come diceva Kofi Atta Annan “La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fin tanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”.

La Giornata Internazionale della Donna per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche ma anche per parlare delle discriminazioni e delle violenze fisiche, psicologiche subite ancora oggi dalle donne

È l’occasione per riflettere sui progressi compiuti, per fare il punto sulla condizione della donne in Italia e nel mondo, per sensibilizzare l’attenzione pubblica sulle discriminazioni tuttora in essere, per porre fine alla violenza di genere e a quella agita nei loro confronti, per sottolineare i traguardi raggiunti ma, nel contempo, gli obiettivi ancora da raggiungere in favore dell’uguaglianza di genere. Reclamare, quindi, una giustizia sociale, economica e diritti per tutti. L’8 marzo, come ogni giorno dell’anno, dobbiamo ricordarci che le donne, madri, sorelle, figlie, mogli, compagne, amiche, vanno rispettate e amate. E’ un insegnamento di cui dobbiamo farci carico tutti indistintamente, le istituzioni, la famiglia, la scuola. Pensiamo ai dilaganti ed inaccettabili casi di violenza, alle limitazioni alla libertà, alle discriminazioni ancora esistenti. In Europa e in Italia la violenza di genere si inserisce tra le più ricorrenti e diffuse violazioni dei diritti umani con caratteristiche che ne favoriscono la capillarità: si tratta di un fenomeno presente ad ogni latitudine geografica, diffuso in ogni periodo storico, con elevate probabilità di impunità per gli autori che si accompagna a vergogna e colpevolizzazione per le vittime. La violenza, soprattutto domestica, è una delle più estese e trasversali violazioni dei diritti umani, che si caratterizza soprattutto per la natura intima dei rapporti esistenti tra le donne vittima di violenza e i loro aggressori (partner o ex partner e /o appartenenti allo stesso nucleo o ambito familiare). Le conseguenze sono molteplici, di tipo psicologico, fisico o attinenti la sfera sessuale e possono protrarsi nell’arco dell’intera vita di chi la subisce. Si possono manifestare nell’immediato o nel lungo periodo: non solo influenzano il benessere delle donne, limitandone la partecipazione nella società in cui vivono, ma impattano negativamente sulle loro famiglie, comunità e, quindi, sul processo di sviluppo, della collettività per i gravosi costi umani, sociali ed economici che portano con sé. E ad esse si possono sommare altre forme di discriminazione. L’ampiezza e la multiformità del fenomeno lo rendono difficile da misurare nella sua interezza. Tanto è fatto, tanto resta ancora da fare. Per dare una risposta che sia il più possibile completa al fenomeno della violenza di genere occorre promuovere e mettere in atto in modo capillare e performante strategie operative condivise per la realizzazione di interventi di prevenzione e contrasto ai fenomeni di violenza nei confronti delle donne, individuare e sviluppare una collaborazione di tutti gli attori, ciascuno secondo le rispettive priorità, professionalità e ambiti di competenza (pubblica sicurezza, settore giudiziario, organizzazioni non governative ed altre espressioni della società civile, in particolare quelle rivolte a donne e minori) mediante linee guida e protocolli di azione per i vari operatori direttamente coinvolti che siano seguiti e siano accompagnati da percorsi di formazione specifica. È fondamentale il ruolo del terzo settore (centri antiviolenza privati, case rifugio, associazioni professionali) per sostenere e aiutare le vittime di violenza nella fase immediatamente successiva a quella della denuncia. La presenza sempre più diffusa di strutture specializzate nell’assistenza può evitare alle donne, già in forte difficoltà, di dover subire altri ricatti. L’obiettivo prioritario è quello di favorire l’applicazione sistematica di corretti protocolli tecnico scientifici e comunicativo-relazionali affinché a ciascuna donna venga fornita la medesima opportunità di essere accompagnata in percorsi di fuoriuscita dal circuito della violenza. La sinergia tra Istituzioni pubbliche e soggetti attivi nella protezione della vittima, anche sperimentando nuove forme di raccordo, presuppone, per la sua efficacia, la formazione continua e adeguata di tutti gli operatori coinvolti. La formazione si pone come un vero e proprio strumento di intervento nella lotta alla violenza di genere, da ampliare ai Servizi socio-sanitari presenti sul territorio, che rappresentano nodi cruciali della rete di prevenzione e contrasto della violenza contro le donne. L’obiettivo è garantire una risposta omogenea, efficace e coordinata da parte di tutti gli operatori che permetta azioni efficaci ed integrate a tutela della sicurezza, della salute e della protezione delle donne. Avviare e rafforzare gli interventi rivolti agli autori di violenza al fine di prevenire i comportamenti maltrattanti e ridurne il rischio di recidiva.

Report dell’ISTAT del 24 novembre 2021: i numeri della violenza contro le donne e la pandemia Covid-19
L’Istat che monitora, in collaborazione con il Dipartimento per le pari opportunità, l’evoluzione del fenomeno sotto i diversi aspetti al fine di combatterlo, in coerenza con gli obiettivi della Convenzione di Istanbul, ha pubblicato l’indagine sugli effetti della pandemia sul fenomeno della violenza di genere. Il report fornisce una lettura del fenomeno sulla base dei dati inediti provenienti dalla Rilevazione sulle utenti dei Centri antiviolenza (CAV), che l’Istat ha condotto per la prima volta nel 2020, delle chiamate al 1522. “In oltre il 70% dei casi la situazione di violenza non è nata con la pandemia. Considerando solo i casi (circa 10.400) in cui è presente l’informazione sulla durata della violenza, la quota di donne che hanno subito violenza da più di un anno è pari al 74,2%; nell’8,4% dei casi invece la violenza è recente, essendo iniziata da meno di sei mesi, e nel 14,2% è sopraggiunta da 6 mesi a un anno. La storia di violenza vede nove donne su 10 segnalare di aver subito violenza psicologica, il 67% violenza fisica e il 49% minacce, il 38% violenza economica. I racconti descrivono il perpetrarsi di più tipologie di violenze. (…) Nel 59,8% dei casi l’autore della violenza è il partner convivente, nel 23% un ex partner, nel 9,5% un altro familiare o parente; le violenze subite fuori dall’ambito familiare e di coppia costituiscono solamente il restante 7,7%. Se si considerano le tre combinazioni di violenza analizzate precedentemente, l’autore è quasi esclusivamente il partner (attuale o ex): per la violenza fisica e quella psicologica le percentuali raggiungono l’86% (68% da partner attuale e 18% da ex partner); per la violenza fisica insieme alle minacce, alla violenza psicologica e a quella economica l’89% (75% da partner attuale e 14% da ex partner); per la violenza fisica con le minacce e la violenza psicologica l’87% (70% da partner attuale e 17% da ex partner)”.
Il 4 febbraio è stato approvato l’”Avviso pubblico per il finanziamento di progetti di informazione e sensibilizzazione rivolti alla prevenzione della violenza maschile contro le donne e per la promozione di buone pratiche nelle azioni di presa in carico integrata da parte delle reti operative territoriali antiviolenza delle donne vittime di violenza maschile”. L’Avviso si colloca nel quadro dell’attuazione del Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2021-2023 e per il quale sono stati stanziati 5 milioni di euro. “Con la pubblicazione di questo Avviso sosteniamo con nuove risorse il percorso di concretezza già intrapreso nella prevenzione e nel contrasto della violenza contro le donne, cominciando a dare attuazione agli impegni che abbiamo assunto nel Piano Strategico nazionale presentato lo scorso novembre. Le sfide poste dal fenomeno della violenza di genere nel nostro Paese sono molteplici e per questo il nuovo Piano antiviolenza richiede un impegno costante e sinergico a tutte le istituzioni e alla comunità intera. Questo spirito di massima collaborazione tra i diversi livelli di Governo deve essere sostenuto con una governance nazionale e territoriale” ha commentato la Ministra Elena Bonetti. L’8 febbraio 2022 sono state esaminate le proposte di legge C. 1458 Frassinetti, C. 1791 Fragomeli e C. 1891 Spadoni (Disposizioni per l’inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza di genere). Le prime due istituiscono benefìci fiscali a favore delle aziende che assumono con contratti a tempo indeterminato donne con una situazione certificata di disagio, inserite cioè in percorsi di protezione certificati dai servizi sociali del comune di residenza, dai Centri anti-violenza o dalle Case Rifugio. Le proposte di legge 1791 e 1891 propongono, inoltre, di attribuire una quota di riserva sul numero di dipendenti dei datori di lavoro pubblici e privati in favore delle donne vittime di violenza di genere, così come già previsto per gli orfani delle vittime di femminicidio. La dott.ssa Linda Laura Sabbadini, Direttrice della Direzione centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche sociali e demografiche dell’Istituto nazionale di statistica, in audizione alla Commissione Lavoro della Camera nell’ambito dell’esame delle proposte di legge sulle disposizioni per l’inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza di gene re, ha evidenziato che sono 15.837 le donne che hanno iniziato il percorso di uscita dalla violenza nel 2020 nei Centri antiviolenza e ha stimato in circa 20mila le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza nei servizi specializzati (centri antiviolenza e case rifugio) e che potrebbero beneficiare degli interventi di sostegno economico e lavorativo). In particolare “nel 2021, sono state 15.720 le donne che hanno contattato il “1522”, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, un dato stabile rispetto al 2020 (15.128) ma quasi raddoppiato dal 2019 (8.427); dal punto di vista professionale, il 39,8% delle vittime che si sono rivolte al 1522 è occupata, il 2,8% lavora in nero, mentre il 19,1% è disoccupata e il 3,6% in cerca di prima occupazione. L’inoccupazione è maggiore tra le vittime straniere, di circa 10 punti percentuali in più rispetto alle italiane. Le studentesse sono il 9,8% e le casalinghe l’11,2%. Sono pensionate o ritirate dal lavoro il 13,7%. Le ragazze fino a 18-24 anni che si sono rivolte al 1522 sono prevalentemente studentesse, mentre a partire dalla fascia di età 25-34 anni aumentano le donne occupate (il picco è per le 35-44enni in cui sono occupate il 53,6% delle vittime) e le disoccupate o in cerca di occupazione. L’instabilità economica caratterizza tutte le classi di età: in particolare, le vittime che non hanno un’occupazione o che sono lavoratrici in nero superano il 30% in corrispondenza delle vittime di età 25-54 anni, sono il 27% delle 55-64enni e il 20,9% delle 18-24enni. Ai fini della possibilità di trovare lavoro alle vittime della violenza, va sottolineato che il 66% delle inoccupate (disoccupate ed in cerca di prima occupazione) ha il diploma di scuola superiore e il 24% è laureata. Le violenze sessuali che escono allo scoperto sono infatti più spesso quelle subite da estranei e conoscenti e meno quelle che avvengono nel rapporto di coppia. Le donne che presentano situazioni economiche più svantaggiate subiscono più di frequente violenza dai partner con cui vivono, in particolare ciò si verifica per le disoccupate (41,7%), le casalinghe (47,1%) e le lavoratrici in nero (45,5%), mentre per le donne occupate è relativamente più frequente la violenza subita dagli ex partner (37,0%), seguite dai partner attuali (32,4%). Ad aggravare la situazione economica di queste vittime è anche l’onere di avere dei figli a carico: il 48,3% delle casalinghe e il 41,6% delle lavoratrici in nero ha figli minorenni. Per le occupate, disoccupate e le donne in cerca di prima occupazione, la percentuale è pari rispettivamente a 33,6%, 29,2% e 28,5%. Le donne pensionate e ritirate da lavoro, ma anche le studentesse, sono invece vittime più spesso dei familiari, rispettivamente il 61,6%, 45,5% e 45,4%”.
Nel ‘Report Omicidi Volontari al 14.2.2022’, pubblicato sul sito del Ministero dell’Interno, la Direzione Centrale della Polizia Criminale, Servizio Analisi Criminale, ha analizzato gli episodi delittuosi riconducibili alla violenza di genere. Dall’esame dei dati acquisiti nel periodo 1 gennaio – 13 febbraio 2022 è emerso che “sono stati registrati 32 omicidi, con 10 vittime donne, di cui 9 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 6 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner. Analizzando gli omicidi del periodo sopra indicato rispetto a quello analogo dello scorso anno si nota un incremento nell’andamento generale degli eventi (da 31 a 32), mentre risulta diminuito il numero delle vittime di genere femminile (da 13 a 10).
Si evidenzia, inoltre, una leggera diminuzione per i delitti commessi in ambito familiare/affettivo, che passano da 20 a 15; le relative vittime di genere femminile sono 9 mentre, nell’analogo periodo dell’anno precedente, erano state 11. Anche il numero di donne vittime del partner o ex partner risulta diminuito rispetto allo stesso periodo del 2021 (da 9 a 6)”.

Paola Francesca Cavallero

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