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25/02/2024
Arte e Spettacolo Rubriche

Arte e sconfinamento. La mostra d’arte Sublimina e i molteplici aspetti del confine

Nel 2016 ho avuto modo di frequentare la VI Edizione del Luiss Master Of Art. Con la collaborazione del critico d’arte Achille Bonito Oliva (Responsabile scientifico) e il collettivo curatoriale dell’Università abbiamo realizzato la mostra d’arte “Sublimina” presso il Museo archeologico delle Mura Aureliane in via di Porta San Sebastiano18. Diversi artisti hanno rappresentato la tematica del confine e dello sconfinamento sotto svariati aspetti, declinazioni e sfaccettature: frontiera geopolitica, barriera di scambio e difesa, luogo di sospensione, soglia, concetto filosofico ecc.

Il Museo ospita opere d’arte di artisti contemporanei e stabilisce un continuo dialogo fra mondo antico e contemporaneo. Questo spazio museale diventa una palestra creativa per il curatore che si trasforma elaborando un proprio codice personale con cui dare nuova lettura alle profondità che l’arte è in grado di raggiungere. Per Achille Bonito Oliva il concetto di confine non è nuovo e lo vediamo nella mostra “Eurasia” che lui ha curato nel 2008 al MART di Rovereto. Così il critico d’arte ci spiega la sua opinione sulla tematica del confine: “L’idea di confine appartiene in maniera costitutiva all’arte e ai suoi territori. L’arte è sempre la tentazione, la proposta, il tentativo di uno sconfinamento. L’idea del confine implica desiderio, perché è il desiderio che sviluppa il movimento, dinamiche dell’immaginazione e dell’immaginario individuale. Questa aspirazione si è materializzata quando, nel XX secolo, le avanguardie hanno travalicato i limiti della cornice per mezzo dell’installazione: matrimonio morganatico tra l’arte e l’architettura. Lo sconfinamento è il tentativo di raggiungere la moderna condizione del meticciato – come incontro tra culture, strumenti e materiali extra-artistici – estremamente attuale sia in termini etnici che sociali ed economici. Insomma, l’idea di confine significa sempre la ricerca di un altrove e l’altrove indica movimento, spostamento, anche in termini psicoanalitici, producendo sempre nuovi processi di conoscenza”.

Quello che mi ha affascinato molto in questo percorso curatoriale è stata la dinamicità creativa degli artisti che hanno scolpito lo spazio museale trasmettendo una forte voglia di libertà e di pace. Vediamo quanto l’arte sia un’arma efficace contro la guerra e le ingiustizie che ci sono nel mondo. Il confine non è più luogo di incertezza e di paura ma di riscatto attraverso un’originale e coraggiosa creatività. Il confine non è più una linea marcata ma sfumata e quasi rarefatta. È una continua scoperta di itinerari artistici pregiati. Siamo andati alla ricerca del confine, nel tentativo di afferrarlo, di dargli forma, attraverso un flusso continuo di significati, riscoperti all’interno di ogni opera. Per ogni immagine, la scelta di parole, concetti o suggestioni, intese come guida, ponti tra le diverse ricerche artistiche: lo sconfinamento di ogni opera in un’altra.

L’opera video di Marzia Migliora intitolata “Fil de sëida” riguarda il confine geopolitico che divide l’Italia dall’Austria. Due uomini, uno italiano e l’altro tedesco si muovono sospesi su di una fune e cercano continuamente di raggiungersi. Alla fine cadranno nel vuoto senza essere riusciti a congiungersi. Questi due personaggi rappresentano il desiderio dei popoli di oggi di superare i rigidi confini culturali, che viene ostacolato da un ingombrante passato storico. L’opera “Fil de sëida” in lingua ladina significa “filo di seta” e anche “linea di confine” simboleggiando l’antica usanza della gente locale di lasciare incolta una linea d’erba per evidenziare di più i limiti del campo. La convergenza di questi due significati ci fa capire quanto sia labile la natura dei confini, utilizzati spesso dall’uomo per proteggere sé stesso escludendo l’Altro.

Gli artisti si muovono all’interno dello spazio espositivo come su di un enorme foglio di carta e come degli scrittori creano svariati tipi di linguaggi che dialogano fra loro migrando da un confine all’altro. Indagano lo spazio, lo esplorano ricercando nuove espressioni, nuove contaminazioni. L’artista si esprime in massima libertà uscendo fuori dallo spazio dell’opera. Molti individui oggi emigrano dal proprio Paese di origine per svariati motivi: guerre, disastri climatici, studio ecc. Questo vale anche per tanti artisti che emigrano mantenendo la memoria del proprio luogo di origine. Lo vediamo nella serie di opere “Untitled (Vulcano)” di Alessandro Piangiamore. L’artista di origini siciliane vive da anni a Roma. Una cartolina che rappresenta un vulcano che erutta porta in superficie i ricordi legati all’infanzia dell’artista. Alessandro rappresenta il suo mondo siciliano, l’Etna che attraverso la sua grande cima dipinge il paesaggio. Alla foto viene accostato un corallo di mare che raffigura l’eruzione del vulcano. Una natura che da una parte ci intimorisce e dall’altra ci attrae. L’opera dell’artista sconfinando dalla fotografia riequilibra la forza della natura ricongiungendosi alla meraviglia delle forme che essa crea.

L’opera di Glenn Weyant, “Escape Goat/Ghost” (che è stata esposta in mostra sotto forma di installazione sonora), non è generata dalle corde di una chitarra o di un altro strumento, ma dalla percussione con pentole, rami, rottami della struttura metallica che costituisce la frontiera che divide gli Stati Uniti d’America e il Messico. Il vento del deserto viene così a creare una sonorità fascinosa e allo stesso tempo inquietante. Glenn suonando sulla barriera di confine riesce ad abbatterla e a ricongiungere attraverso la forza della musica il territorio messicano con quello americano.

L’opera di Luca Di Luzio “Atlas Ego Imago Mundi” è costituita da un alante di 20 tavole in tecnica mista su carta. I luoghi e le geografie dei territori rappresentati sono frutto dell’immaginazione dell’artista. Tutto questo viene disegnato attraverso il proprio corpo, le sue mani, i suoi piedi. Un’opera che rappresenta lo spazio del suo corpo, che trova la sua più alta espressività nei confini della natura.

Passiamo ora agli artisti Niccolò Benetton e Simone Santilli (The Cool Couple) di cui abbiamo esposto l’opera “Tagliamento River, Trasaghis #001 A/B” che fa parte della serie “Approximation to the West”. Rappresenta le vicende di guerra, migrazione e occupazione dei territori di confine della Carnia. Un lavoro di ricerca basato sullo studio delle testimonianze e dei materiali di archivio riguardanti le persone che hanno vissuto l’occupazione di quelle zone. Il Tagliamento è un fiume luogo di confine che nell’ottobre del 1944 è stato attraversato dai cosacchi alleati di Hitler che hanno occupato la Carnia. L’opera è costituita da un dittico che rappresenta due immagini del fiume Tagliamento, (entrambi gli scatti sono stati realizzati dallo stesso punto ruotando di 180° la visione). A tutto questo vengono aggiunte delle didascalie che ci consentono di capire questo evento storico. Una migrazione di un popolo che ricerca migliori condizioni di vita in una nuova terra.

Anche nell’opera di Marco Maria Zanin “Trittico Novo Mundo” ritroviamo la tematica della migrazione. Il lavoro dell’artista rappresenta tutti gli italiani che nel corso del Novecento hanno dovuto lasciare il proprio paese per raggiungere le Americhe Latine. Una cartina geografica del Veneto (Paese di origine di molti migranti e dell’artista) viene stesa su due caprette e fa da tavolo d’appoggio a un ventilatore spento. Subito sopra, un grande foglio bianco dalla base arricciata cala dall’alto. L’opera simboleggia la struttura del movimento migratorio: la partenza, il viaggio e la meta. Il percorso espositivo della mostra stimola sempre di più lo spettatore ad andare oltre la superficie delle cose. Ad attraversare i confini per creare linguaggi artistici nuovi e ricchi di sentimento e libertà.

Piermarco Parracciani

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