A chi non è capitato, da piccolo, di avere un amico immaginario? Chi di noi non ha visto Harry Potter e pensato “quanto vorrei essere a Hogwarts piuttosto che a scuola”? O chi, aprendo l’armadio per scegliere i vestiti per quel compito in classe della professoressa più temuta della scuola, non ha detto “magari ora scopro Narnia”?
Ci sono viaggi che non richiedono valigie o biglietti. Cominciano chiudendo gli occhi, aprendo un libro, vedendo un film o ascoltando una canzone, lasciando che i pensieri prendano una strada diversa da quella che percorriamo ogni giorno. Viaggiare con la mente, perdersi altrove. Forse è proprio questo uno dei motivi per cui, da sempre, siamo così affascinati dalla magia.
Abbiamo bisogno di immaginare luoghi che non esistono, creature sovrannaturali, per allontanarci, almeno ogni tanto, dalla realtà che ci soffoca il petto.
Da bambini veniva così naturale. La cameretta diventava una stanza di un castello, una coperta un tunnel segreto, una tenda una tana nella foresta. Non ci chiedevamo se fosse vero, ma lo vivevamo e basta.
Poi, però, cresciamo e impariamo che esistono responsabilità, bollette, scadenze, raccomandazioni, delusioni, decisioni difficili da prendere.
Non tutto va come vorremmo e la vita, spesso, richiede fin troppa energia.
Non abbiamo il tempo di rifugiarci in quel mondo magico, perché bisogna essere produttivi e razionali.
Eppure, contrariamente a quello che ci viene fatto credere da adulti, crescere non significa smettere di sognare.
Ho imparato che quella magia che tanto bramavo, in realtà, era ovunque intorno a me, bastava farci caso.
Non è assurdo che, nel giro di pochi anni, siano stati costruiti i primi robot? O l’OpenAI? A me piace ancora rifugiarmi in quelle storie fantasy, giocare a Hogwarts Mystery, leggere di creature straordinarie.
Forse perché, per qualche ora, quei mondi mi danno ossigeno da respirare; perché in quei mondi le regole sono diverse, l’impossibile può accadere e anche la persona più insignificante può scoprire di essere speciale.
Per un periodo ho evitato di assecondare questi pensieri, perché credevo significasse scappare dalla realtà. A volte, però, avevo semplicemente bisogno di prendere fiato.
Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente connessi.
Riceviamo notifiche, messaggi, email, notizie e, persino quando non stiamo facendo nulla, sentiamo di dover fare qualcosa. Immaginare può diventare un piccolo atto di libertà.
Leggendo una storia, per un momento non siamo più il lavoratore stanco dopo otto ore in fabbrica, né la studentessa dottoranda che ha passato il giorno in biblioteca. Non dobbiamo più rispondere a email, organizzare la giornata o rimboccarci le maniche.
Per un po’ siamo i protagonisti di una storia che non è la nostra, possiamo attraversare una foresta incantata senza restare incartati nel traffico, salpare verso un’isola deserta senza prendere lo stesso pullman.
Che poi, in fondo, ogni cosa che oggi consideriamo reale è stata, prima di esistere concretamente, un’idea nella mente di qualcuno.
La fantasia non è una perdita di tempo, ma la capacità di immaginare qualcosa che non c’è, qualcosa che non deve essere per forza “utile”, ma che può esistere per il solo piacere di esistere.
E allora non vergogniamoci più di sognare a occhi aperti prima di dormire, di inventare storie nella nostra testa mentre camminiamo.
Vergogniamoci, piuttosto, di una vita nella quale non ci concediamo più un minuto per immaginare.
Il bello di un rifugio è questo, si entra per riposarsi, ci si perde un po’ e si torna alla vita di tutti i giorni.
Flavia Amorosini
